Impariamo a dilatare lo sguardo e ad avere meno paura

di Nicola SALVAGNIN

Siamo nel mezzo della più grave crisi economica della storia dell’Italia repubblicana. È iniziata cinque anni fa, non ieri, non si sa quando finirà. Il problema è che, forse, non finirà affatto: si attenuerà, si modificherà. Ma quasi sicuramente nulla tornerà come prima del 2008.

Una crisi ampia, economica, ma anche politica e sociale; una crisi che ha addirittura sospeso il normale esercizio della democrazia con un governo di tecnici che cercano di aggiustare le tubature intasate della Repubblica italiana. Ogni sera ascoltiamo il tg, ogni mattina sfogliamo le pagine dei quotidiani alla ricerca di una buona notizia, di una svolta, di qualche provvedimento che «adesso sì che le cose cambiano e migliorano…».

Il fatto è che tutti sappiamo cosa dovrebbe accadere (la ripresa economica); nessuno però ha la bacchetta magica in saccoccia. Perché non è con un decreto legge che usciremo da questa recessione. Un provvedimento legislativo la può aggravare, oppure può creare le basi per un miglioramento a medio termine. Ma non esiste un pulsante da premere, che ci proietti fuori dalle secche.

Quindi? Soccorrono le parole del ministro degli Esteri inglese sul tema recessione. Come uscirne? Ha risposto: «Rimbocchiamoci le mani, lavoriamo di più, diamoci da fare». Attendere che tutto passi semplicemente è inutile, e forse anche dannoso. Non passerà come le nubi di un temporale. Quindi impariamo a conviverci da una parte (e qui emerge con prepotenza il discorso sugli stili di vita che, da leitmotiv cattolico, sta attraversando ora l’intera società italiana); e dall’altra rimbocchiamoci le maniche, per quanto ci è possibile. Significa: accontentarsi di un’occupazione lontana dalle nostre aspirazioni; provare invece che desistere; impegnarsi di più nel lavoro (per chi ce l’ha); spremere la fantasia che agli italiani – come l’arte di arrangiarsi – non è mai mancata.

Rimettiamoci in piedi, o almeno sforziamoci di farlo. La crisi è forte, ma non siamo reduci da una guerra mondiale, solo da un calo del Pil. Noi italiani abbiamo un patrimonio e dei risparmi alle spalle che, da formichine, abbiamo imparato ad accantonare prima di trasformarci in cicale. Abbiamo una rete familiare che si è dimostrata più valida e solida di tutte le “reti” legislative di protezione. Insomma, per ora la situazione è grave, ma non tragica.

Ci siamo negli anni un po’ impigriti, questo sì; un po’ adagiati sull’alloro di uno Stato che «ci deve pensare lui». No. Ci dobbiamo pensare soprattutto noi. E la benzina che ci deve motivare è la speranza, lubrificata dall’olio della lungimiranza. Il mondo non finisce dopo ferragosto: impariamo a dilatare lo sguardo, e ad avere meno paura.

I nostri padri, con le pezze sul sedere (fisiche e non metafisiche), si sposavano e facevano figli. Oggi preferiamo un gatto: quando torneremo a pensare che i figli sono il nostro migliore investimento per il futuro (oltre che per il nostro cuore), vorrà dire che la situazione sarà veramente cambiata. A prescindere dai decreti di Monti e Fornero.

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