L’instabilità politica frena la stabilità annunciata

di Nicola SALVAGNIN
Agenzia SIR

Mario Monti

Partito lancia in resta e con grandi decisioni prese e accolte all’unanimità, il governo Monti sta finendo il proprio mandato un po’ in confusione e nel basso cabotaggio. Le continue cure impartite al malato Italia hanno definitivamente convinto tutti che, appunto, l’Italia è malata: con conseguente depressione collettiva. Un effetto che si registra nei consumi, in caduta libera; in una psicologia collettiva incapace di risollevarsi.

Ma ci sono pure cause esterne che stanno togliendo benzina all’esecutivo Monti. Se all’inizio l’adesione era unanime e il blocco politico sottostante quasi granitico, con l’avvicinarsi delle elezioni si sta sfaldando la maggioranza parlamentare che sostiene il premier. In sostanza, certe decisioni faticano assai a passare il vaglio del Parlamento.

Vuoi per ragioni elettorali, vuoi per le pressioni delle varie lobby verso parlamentari ormai in libera uscita, vuoi per il generale senso di smobilitazione (siamo a quattro mesi dal voto), se prima si votava senza tentennamenti una riforma previdenziale unica nell’Occidente, oggi faticano a passare provvedimenti di terz’ordine. Pretendere alte dosi di responsabilità da chi, tra qualche settimana, sarà in tutt’altro affaccendato, è cosa giusta ma sostanzialmente vana.

Spiace dire che la sua parte l’ha fatta – in negativo – pure quest’esecutivo. Se l’autoritas di Mario Monti e il suo prestigio personale sono indiscussi e anzi enormemente cresciuti in questi mesi, altrettanto non si può dire dell’azione del governo e di alcuni ministri.

A parziale discolpa c’è da dire che questo esecutivo – come mission – aveva quella di tagliare e tassare, non di costruire un mondo nuovo. Insomma di rimettere i conti in ordine, di dare una sistemata all’Italia prima che ci trasformassimo in Grecia. Pochissimi voli pindarici, molti provvedimenti che sacrificano di qua, fanno male di là.

Orbene, quasi nulla sta più funzionando. L’ultima manovra è stata rivoltata come un calzino, retromarce continue, rinvii pure, scelte avvallate oggi e smentite in 24 ore. Molto, dicevamo, a causa di una maggioranza parlamentare non più coesa: difficile avere i voti di chi ha già detto che, un domani, smonterà buona parte di questi provvedimenti se andrà al governo.

Ma un pizzico di delusione finale lo riservano pure alcuni ministri, scelti per le competenze tecniche, per le capacità più o meno reali. Se hai un fuoriclasse in squadra, ti aspetti 20 goal; se ne fa quanto il vecchio attaccante, la delusione è naturale.

Lasciando stare i dicasteri più “politici” (ma la totale inefficacia del Ministero degli Esteri su molti dossier – non ultimo quello dei due marò detenuti in India – è emblematica), quelli economici hanno fatto qualche bel goal, ma anche certe “topiche” da serie B. La riforma previdenziale è stata immediata e poderosa, ma gli effetti collaterali che ha scatenato ne hanno evidenziato l’eccessiva frettolosità e la cattiva taratura. Abbiamo imparato a conoscere la parola “esodati”; abbiamo passato undici mesi a capire quanti fossero (molti più delle stime governative) e a cercare soldi per far fronte alla loro situazione.

La macchina pubblica è stata lasciata sostanzialmente uguale a prima: lenta, vecchia e inefficace. Il funzionamento della giustizia (forse la causa prima delle paure che hanno gli stranieri a investire qui) è rimasto inalterato, quindi borbonico. Sul fisco s’è fatto di tutto e di più, ma nulla di diverso da uno spostamento di pedine da qua a là e da una spaventosa tassazione occulta dei carburanti. Zero sul fronte del dimagrimento dello Stato, della vendita di certi suoi beni.

Molto discutibili certe scelte di politica industriale. Abbiamo schiantato la cantieristica navale italiana – la migliore al mondo; travolto con una serie di decisioni il mercato dell’auto, che muove l’11% del Pil nazionale; penalizzato quel terzo settore che “fa” il welfare italiano; “liberalizzato” un commercio che ora sta facendo marcia indietro: non è con le domeniche aperte pure di domenica che si fanno fatturati, se gli stipendi sono quel che sono.

Il Piano Giavazzi (dal nome dell’economista a cui era stato dato incarico di vedere come snellire la spesa pubblica) aveva individuato almeno 10 miliardi di euro di “massa aggredibile”: alla fine della fiera stiamo ragionando su 500 milioni di euro, un ventesimo. Il taglio dei costi amministrativi – e quelli della politica – ha oscillato tra il quasi niente e la confusione.

Ultimo segnale di questo tipo: le Province. O non servivano a niente, e andavano tolte tutte; o invece servono fin dal tempo di Napoleone, e allora vanno riviste le loro funzioni. Si è scelto di toglierne alcune, lasciando alcune funzioni nel limbo di futuri chiarimenti. Insomma le abbiamo destabilizzate giurando che il personale non subirà tagli, quando è proprio da questi tagli che arriverebbero i famosi risparmi preventivati…

L’impressione quindi è che l’esecutivo Monti non sia stato il medico che doveva sanare l’ammalato, ma quello che l’ha tenuto in vita in attesa del ritorno della politica. E nella speranza che questa non rifili all’ammalato-Italia il colpo di grazia.

Si dirà: sembra un bilancio da fine mandato. Ma è difficile immaginare colpi d’ala d’ora in poi. Ci vorrebbe una coesione parlamentare che mancherà ogni giorno di più, da qui al marzo prossimo. Il bicchiere mezzo pieno? Siamo appunto rimasti in vita, senza troppi danni visibili. E scusate se è poco, visto quel che sta accadendo tra i nostri disgraziati vicini greci.

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