Il Rapporto con i dati relativi al 2010

a cura di Francesco ROSSI

Anziano al parco

Percentuali “stabili”, ma che confermano una situazione di precarietà delle famiglie italiane, in particolare quelle numerose e che vivono al Sud. È quanto emerge dal Rapporto Istat sulla povertà in Italia relativo al 2010, per il quale «l’11% delle famiglie è relativamente povero e il 4,6% lo è in termini assoluti».

In crisi le famiglie numerose

Se «la stima dell’incidenza di povertà relativa» è rimasta sostanzialmente stabile rispetto al 2009, «segnali di peggioramento – rileva l’Istat – si osservano, tuttavia, tra le famiglie di cinque o più componenti (dal 24,9% al 29,9%), in particolare nel Centro (dal 16,1% al 26,1%), tra quelle con membri aggregati (dal 18,2% al 23%) e di monogenitori (dall’11,8% al 14,1%)», mentre «nel Mezzogiorno peggiora la condizione delle famiglie con tre o più figli minori». In Italia, nel 2010, «sono 2.734.000 le famiglie in condizione di povertà relativa», pari all’11% di tutte quelle residenti, cioè «8.272.000 individui poveri, il 13,8% dell’intera popolazione». La soglia di povertà relativa (pari alla spesa media pro capite nel Paese), per una famiglia di due componenti, è di 992,46 euro, mentre la soglia mensile di povertà assoluta, sempre per una famiglia di due componenti con 18-59 anni, oscilla tra i 747,71 euro per chi vive in un piccolo Comune del Sud e 1.057,18 euro per i residenti in un’area metropolitana al Nord. In condizioni di povertà assoluta, ossia non in grado di procurarsi quell’insieme di beni e servizi «essenziali per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile», vivono 1.156.000 famiglie (4,6%), per un totale di 3.129.000 persone, il 5,2% dell’intera popolazione.

Figli e anziani

«Quasi un terzo delle famiglie con cinque o più componenti (il 29,9%) – prosegue l’Istat – risulta in condizione di povertà relativa», con un peggioramento di 5 punti percentuali rispetto al 2009; «l’incidenza raggiunge il 42,1% fra le famiglie che risiedono nel Mezzogiorno», dove la povertà relativa «cresce dal 36,7% del 2009 al 47,3% del 2010 tra le famiglie con tre o più figli minori». «Il disagio economico – sottolinea il Rapporto – si fa più diffuso se all’interno della famiglia sono presenti più figli minori: l’incidenza di povertà, pari al 15,6% tra le coppie con due figli e al 27,4% tra quelle che ne hanno almeno tre, sale rispettivamente al 17,7% e al 30,5% se i figli sono minori. Il fenomeno, ancora una volta, è particolarmente evidente nel Mezzogiorno, dove è povera quasi la metà (il 47,3%) delle famiglie con tre o più figli minori». Ancora, «la povertà è superiore alla media (14,8%) tra le famiglie con due o più anziani, in particolare al Nord». Andando ad analizzare il dettaglio territoriale, «la Lombardia e l’Emilia Romagna sono le regioni con i valori più bassi dell’incidenza di povertà, pari al 4,0% e al 4,5% rispettivamente. Si collocano su valori dell’incidenza di povertà inferiori al 6% l’Umbria, il Piemonte, il Veneto, la Toscana, il Friuli Venezia Giulia e la provincia di Trento. Ad eccezione di Abruzzo e Molise, dove il valore dell’incidenza di povertà non è statisticamente diverso dalla media nazionale, in tutte le altre regioni del Mezzogiorno la povertà è più diffusa rispetto al resto del Paese. Le situazioni più gravi – conclude l’Istat – si osservano tra le famiglie residenti in Calabria (26,0%), Sicilia (27,0%) e Basilicata (28,3%)».

Benessere legato al lavoro

I dati dimostrano che «il benessere economico della famiglia italiana è strettamente legato alla possibilità di avere uno, e magari due, redditi da lavoro. Altrimenti si entra in una spirale di difficoltà», commenta Riccardo Prandini, docente di Sociologia della famiglia all’Università di Bologna. A riprova di ciò, sottolinea, «dove il lavoro, con la crisi economica, è venuto meno si registrano percentuali preoccupanti di povertà». Il riferimento è alle famiglie del Mezzogiorno con tre o più figli minori, dove la povertà ne colpisce pressoché una su due (47,3%). Inoltre, aggiunge il sociologo, «si sta andando a erodere quella base di sicurezza familiare che per decenni ha costituito, nel nostro Paese, un ammortizzatore sociale informale»: la famiglia oggi non è più «capace di risparmiare» e quindi sopportare i momenti di difficoltà. «È una situazione drammatica, dalla quale è difficile uscire», mette in guardia Prandini. E se è vero che «da un lato c’è ancora una certa ricchezza privata delle famiglie che non sempre è vista dai sistemi di rilevazione statistici», dall’altro i meccanismi di ricerca e conservazione del posto di lavoro sono in balia a «dinamiche sociali sempre più preoccupanti», nonché si è affermata, negli anni, una «cultura del consumo dalla quale oggi è difficile tornare indietro».

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