Per le Istituzioni non c'è rispetto senza amore e Cossiga lascia, a questo riguardo, una testimonianza che diventa appello forte e appassionato in un momento di confusione e di grida.

di Paolo BUSTAFFA Direttore www.agensir.it
Redazione Diocesi

Nella grande turbolenza estiva tra schieramenti e gruppi politici è arrivata, quasi un’accorata richiesta di un supplemento di riflessione, la morte di Francesco Cossiga.
Di lui, della sua vita personale e politica, delle sue scelte e del suo carattere sono e saranno giustamente colme le pagine cartacee ed elettroniche, le trasmissioni radiotelevisive.Ci limitiamo qui ad alcune annotazioni fuori da pur importanti parole celebrative.
Quando muore una persona che ha avuto per tanto tempo ruoli di grandissimo rilievo in un Paese, si chiude un capitolo importante della storia collettiva ma la memoria tradirebbe se stessa, se non diventasse occasione condivisa di riflessioni per l’oggi e il domani.

Per le Istituzioni non c’è rispetto senza amore e Francesco Cossiga lascia, a questo riguardo, una testimonianza, non certamente unica, che diventa appello forte e appassionato in un momento di confusione e di grida.
Non si possono amare le persone e non si può amare un popolo meno delle Istituzioni che le stesse persone e lo stesso popolo si sono dati per vivere nella giustizia, nella pace e per raggiungere il bene comune.
E quanto questa passione fosse diventata esperienza lacerante e sconvolgente per Cossiga lo attesta la tragedia Moro nella quale la questione “Persona- Istituzioni” scosse allora e continua a scuotere le coscienze.

Altro messaggio che viene dalla scomparsa del presidente emerito della Repubblica è la sensibilità per la cultura nei suoi significati più ampi e più alti. Un cultura che, includendo anche la teologia e la dottrina sociale cristiana, ha alimentato il pensare e l’agire politico di una generazione di laici credenti.
Ancora la morte di Cossiga riapre una domanda specifica sullo spessore culturale della politica di oggi rilanciando, accanto alle opportune analisi, l’esigenza di pensare e disegnare nuovi percorsi politici lontani dai bassi profili, dalle mediocrità, dagli interessi personali o di gruppi ristretti.
Non si può che essere d’accordo, a questo proposito, con le denunce e le critiche che vengono da più parti ma è necessario un passo avanti, occorre andare oltre, urge un progetto che superi lo stagno e coinvolga le nuove generazioni in una speranza non astratta.

In questa prospettiva, dall’eredità di Cossiga come da quella di altri uomini politici della variegata scuola di pensiero politico a cui appartenne, è quanto mai opportuno tenere presente un altro insegnamento: la distinzione tra avversari e nemici.
Una distinzione doverosa, un modo di essere nobilmente in politica che può sopravvivere e resistere solo se ha radici in un terreno culturale, morale e spirituale in cui la diversità viene intesa come occasione di confronto, anche serrato, per crescere insieme e per servire meglio il Paese: mai come spazio senza riferimenti etici in cui chiunque può offendere, ferire e anche uccidere, pur non fisicamente, quanti hanno pensieri diversi o contrari.

Ricordare senza retorica Francesco Cossiga – ad altri il compito di valutazioni politiche e storiche sulla sua figura e sul suo operato – significa anche ritracciare quei valori e quegli ideali che appartennero a una ormai antica classe politica ma che anche oggi possono dare sapore diverso all’impegno politico e appassionare le nuove generazioni alla costruzione del bene comune.

È la storia del defunto presidente emerito della Repubblica a richiamare, infine, al realismo e a ricordare l’indispensabile agire per rendere efficaci i principi e gli ideali.
Un impegno, questo, che per il credente è una forma esigente di carità da giocare in un’esperienza di laicità con linguaggi, regole, criteri propri che, per stare con amore nella storia, vanno conosciuti e sperimentati pur nella consapevolezza dei limiti della politica. Nella grande turbolenza estiva tra schieramenti e gruppi politici è arrivata, quasi un’accorata richiesta di un supplemento di riflessione, la morte di Francesco Cossiga.Di lui, della sua vita personale e politica, delle sue scelte e del suo carattere sono e saranno giustamente colme le pagine cartacee ed elettroniche, le trasmissioni radiotelevisive.Ci limitiamo qui ad alcune annotazioni fuori da pur importanti parole celebrative.Quando muore una persona che ha avuto per tanto tempo ruoli di grandissimo rilievo in un Paese, si chiude un capitolo importante della storia collettiva ma la memoria tradirebbe se stessa, se non diventasse occasione condivisa di riflessioni per l’oggi e il domani.Per le Istituzioni non c’è rispetto senza amore e Francesco Cossiga lascia, a questo riguardo, una testimonianza, non certamente unica, che diventa appello forte e appassionato in un momento di confusione e di grida.Non si possono amare le persone e non si può amare un popolo meno delle Istituzioni che le stesse persone e lo stesso popolo si sono dati per vivere nella giustizia, nella pace e per raggiungere il bene comune.E quanto questa passione fosse diventata esperienza lacerante e sconvolgente per Cossiga lo attesta la tragedia Moro nella quale la questione “Persona- Istituzioni” scosse allora e continua a scuotere le coscienze.Altro messaggio che viene dalla scomparsa del presidente emerito della Repubblica è la sensibilità per la cultura nei suoi significati più ampi e più alti. Un cultura che, includendo anche la teologia e la dottrina sociale cristiana, ha alimentato il pensare e l’agire politico di una generazione di laici credenti.Ancora la morte di Cossiga riapre una domanda specifica sullo spessore culturale della politica di oggi rilanciando, accanto alle opportune analisi, l’esigenza di pensare e disegnare nuovi percorsi politici lontani dai bassi profili, dalle mediocrità, dagli interessi personali o di gruppi ristretti.Non si può che essere d’accordo, a questo proposito, con le denunce e le critiche che vengono da più parti ma è necessario un passo avanti, occorre andare oltre, urge un progetto che superi lo stagno e coinvolga le nuove generazioni in una speranza non astratta.In questa prospettiva, dall’eredità di Cossiga come da quella di altri uomini politici della variegata scuola di pensiero politico a cui appartenne, è quanto mai opportuno tenere presente un altro insegnamento: la distinzione tra avversari e nemici.Una distinzione doverosa, un modo di essere nobilmente in politica che può sopravvivere e resistere solo se ha radici in un terreno culturale, morale e spirituale in cui la diversità viene intesa come occasione di confronto, anche serrato, per crescere insieme e per servire meglio il Paese: mai come spazio senza riferimenti etici in cui chiunque può offendere, ferire e anche uccidere, pur non fisicamente, quanti hanno pensieri diversi o contrari.Ricordare senza retorica Francesco Cossiga – ad altri il compito di valutazioni politiche e storiche sulla sua figura e sul suo operato – significa anche ritracciare quei valori e quegli ideali che appartennero a una ormai antica classe politica ma che anche oggi possono dare sapore diverso all’impegno politico e appassionare le nuove generazioni alla costruzione del bene comune.È la storia del defunto presidente emerito della Repubblica a richiamare, infine, al realismo e a ricordare l’indispensabile agire per rendere efficaci i principi e gli ideali. Un impegno, questo, che per il credente è una forma esigente di carità da giocare in un’esperienza di laicità con linguaggi, regole, criteri propri che, per stare con amore nella storia, vanno conosciuti e sperimentati pur nella consapevolezza dei limiti della politica. –

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