Commentando il XX Dossier Caritas, il vescovo di Mazara del Vallo Mogavero critica semplificazioni e falsità dei mass media circa gli sbarchi al Sud e accusa la «sciagurata politica dei respingimenti». Il sociologo Reyneri: «La crisi non si è scaricata sui lavoratori stranieri perché sono molto richiesti»

di Luisa BOVE
Redazione

Il XX Dossier statistico sull’immigrazione conferma che il fenomeno migratorio è ormai «strutturale», come ha ricordato don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiano e delegato delle Caritas lombarde. Non solo, ma di fronte alla crisi economica gli immigrati non hanno lasciato l’Italia.
A presentare la situazione dell’immigrazione in Italia ci ha pensato – da un punto d’osservazione particolare – monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, che ha ricordato «l’esperienza di frontiera» vissuta al sud. Certe notizie, però, vanno molto ridimensionate rispetto a ciò che spesso raccontano i mass media, con troppe «semplificazioni, pregiudizi e falsità». I clandestini che arrivano dal Mediterraneo e che sbarcano sulle coste siciliane o calabresi, infatti, rappresentano solo il 20% del totale: il restante 80% ha «altri canali e modalità di ingresso». Con questi numeri, insiste il vescovo, non si può certo parlare di «emergenza epocale», creando «allarme e panico» ingiustificati sia tra gli italiani, sia tra gli stranieri. Occorre una «lettura attenta e aperta a prospettive sempre nuove e capaci di coinvolgere istituzioni, società civile e comunità ecclesiali». «I 32 mila immigrati del 2008 non possono rappresentare una minaccia per l’Italia, che è la settima potenza economica del mondo»; inoltre c’è un «diritto all’immigrazione» che va rispettato, ricordando i tantissimi italiani – ha sottolineato Mogavero – che a fine Ottocento e inizio Novecento hanno affrontato «i viaggi della speranza per trovare nuove prospettive di lavoro e migliorare le condizioni di vita delle loro famiglie».
Troppo spesso il Mediterraneo «è diventato teatro di tante tragedie ignorate e dimenticate», e quello che viene chiamato “mare di Dio” «stenta a essere anche il mare dell’uomo», perché i valori di «fraternità, incontro, dialogo e solidarietà vengono soppiantati dai respingimenti coatti». Non usa mezzi termini, il vescovo di Mazara del Vallo, per definire l’operato dell’attuale Governo e parla di «sciagurata politica dei respingimenti nei confronti delle fasce deboli di immigrati». E conclude: «Se un giorno colf, badanti e lavoratori stranieri dovessero scioperare e incrociare le braccia, metterebbero in ginocchio imprese e famiglie, dato che rappresentano l’economia reale del nostro Paese».
Prima della crisi economica il tasso di disoccupazione degli stranieri era di poco superiore a quello degli italiani (2-3 punti percentuali), dice Emilio Reyneri, sociologo del lavoro presso l’Università Milano Bicocca, che affronta il tema dell’inserimento nel mercato del lavoro degli immigrati residenti in Italia. «La crisi – dice – non si è scaricata in modo massiccio sugli immigrati: questo vuol dire che sono ben inseriti perché sono molto richiesti». Spesso sono più concentrati nelle piccole imprese, con assunzioni anche a tempo indeterminato, perché le ditte sotto i 15 dipendenti possono facilmente licenziare. C’è da dire però che, se da una parte gli immigrati perdono facilmente il lavoro, dall’altra riescono anche più rapidamente a trovarne uno nuovo. In ogni caso oltre il 30% degli immigrati svolge occupazioni cosiddette “elementari”: al Nord la percentuale raggiunge anche il 40%.
I rischi di disoccupazione per le donne sono diminuiti, seppure esse «siano sempre più relegate nei lavori domestici» (50-60%). In tempo di crisi, ammette il sociologo, «l’Italia è l’unico Paese europeo che ha perso più lavoro nelle fasce alte, aumentando l’occupazione in quelle basse». E questo non è un bel segnale, anche se ha favorito gli immigrati. Tra gli stranieri, non molti decidono di tornare nei loro Paesi: quando questo accade, si tratta soprattutto di quanti in Italia hanno avuto successo oppure – al contrario – sono falliti. Chi lascia l’Italia più volentieri sono soprattutto gli europei dell’Est, che più facilmente potranno fare ritorno.
Secondo Reyneri, «stiamo entrando in una nuova fase rispetto al mercato del lavoro»: un minor numero di ingressi e di uscite di immigrati porterà l’Italia a una «maggiore stabilità» o se vogliamo a una «maturità dell’immigrazione». Tuttavia non sarà da sottovalutare fra pochi anni «il massiccio ingresso nel mondo del lavoro degli studenti di seconda generazione, nati in Italia o arrivati negli ultimi anni nel nostro Paese». Nonostante il loro livello scolastico, però, rischiano di essere «confinati a svolgere gli stessi lavori dei loro genitori». Il XX Dossier statistico sull’immigrazione conferma che il fenomeno migratorio è ormai «strutturale», come ha ricordato don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiano e delegato delle Caritas lombarde. Non solo, ma di fronte alla crisi economica gli immigrati non hanno lasciato l’Italia.A presentare la situazione dell’immigrazione in Italia ci ha pensato – da un punto d’osservazione particolare – monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, che ha ricordato «l’esperienza di frontiera» vissuta al sud. Certe notizie, però, vanno molto ridimensionate rispetto a ciò che spesso raccontano i mass media, con troppe «semplificazioni, pregiudizi e falsità». I clandestini che arrivano dal Mediterraneo e che sbarcano sulle coste siciliane o calabresi, infatti, rappresentano solo il 20% del totale: il restante 80% ha «altri canali e modalità di ingresso». Con questi numeri, insiste il vescovo, non si può certo parlare di «emergenza epocale», creando «allarme e panico» ingiustificati sia tra gli italiani, sia tra gli stranieri. Occorre una «lettura attenta e aperta a prospettive sempre nuove e capaci di coinvolgere istituzioni, società civile e comunità ecclesiali». «I 32 mila immigrati del 2008 non possono rappresentare una minaccia per l’Italia, che è la settima potenza economica del mondo»; inoltre c’è un «diritto all’immigrazione» che va rispettato, ricordando i tantissimi italiani – ha sottolineato Mogavero – che a fine Ottocento e inizio Novecento hanno affrontato «i viaggi della speranza per trovare nuove prospettive di lavoro e migliorare le condizioni di vita delle loro famiglie».Troppo spesso il Mediterraneo «è diventato teatro di tante tragedie ignorate e dimenticate», e quello che viene chiamato “mare di Dio” «stenta a essere anche il mare dell’uomo», perché i valori di «fraternità, incontro, dialogo e solidarietà vengono soppiantati dai respingimenti coatti». Non usa mezzi termini, il vescovo di Mazara del Vallo, per definire l’operato dell’attuale Governo e parla di «sciagurata politica dei respingimenti nei confronti delle fasce deboli di immigrati». E conclude: «Se un giorno colf, badanti e lavoratori stranieri dovessero scioperare e incrociare le braccia, metterebbero in ginocchio imprese e famiglie, dato che rappresentano l’economia reale del nostro Paese».Prima della crisi economica il tasso di disoccupazione degli stranieri era di poco superiore a quello degli italiani (2-3 punti percentuali), dice Emilio Reyneri, sociologo del lavoro presso l’Università Milano Bicocca, che affronta il tema dell’inserimento nel mercato del lavoro degli immigrati residenti in Italia. «La crisi – dice – non si è scaricata in modo massiccio sugli immigrati: questo vuol dire che sono ben inseriti perché sono molto richiesti». Spesso sono più concentrati nelle piccole imprese, con assunzioni anche a tempo indeterminato, perché le ditte sotto i 15 dipendenti possono facilmente licenziare. C’è da dire però che, se da una parte gli immigrati perdono facilmente il lavoro, dall’altra riescono anche più rapidamente a trovarne uno nuovo. In ogni caso oltre il 30% degli immigrati svolge occupazioni cosiddette “elementari”: al Nord la percentuale raggiunge anche il 40%.I rischi di disoccupazione per le donne sono diminuiti, seppure esse «siano sempre più relegate nei lavori domestici» (50-60%). In tempo di crisi, ammette il sociologo, «l’Italia è l’unico Paese europeo che ha perso più lavoro nelle fasce alte, aumentando l’occupazione in quelle basse». E questo non è un bel segnale, anche se ha favorito gli immigrati. Tra gli stranieri, non molti decidono di tornare nei loro Paesi: quando questo accade, si tratta soprattutto di quanti in Italia hanno avuto successo oppure – al contrario – sono falliti. Chi lascia l’Italia più volentieri sono soprattutto gli europei dell’Est, che più facilmente potranno fare ritorno.Secondo Reyneri, «stiamo entrando in una nuova fase rispetto al mercato del lavoro»: un minor numero di ingressi e di uscite di immigrati porterà l’Italia a una «maggiore stabilità» o se vogliamo a una «maturità dell’immigrazione». Tuttavia non sarà da sottovalutare fra pochi anni «il massiccio ingresso nel mondo del lavoro degli studenti di seconda generazione, nati in Italia o arrivati negli ultimi anni nel nostro Paese». Nonostante il loro livello scolastico, però, rischiano di essere «confinati a svolgere gli stessi lavori dei loro genitori».

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