Un problema da risolvere con buon senso

di Alberto CAMPOLEONI
Redazione

Il problema esiste ed è bene che lo si guardi in faccia. Da tempo si discute, infatti, dei minori stranieri nelle classi scolastiche e periodicamente emergono situazioni difficili con plessi – e classi – dove gli equilibri tra stranieri e italiani saltano, creando situazioni di “ghetto”.
Considerata questa premessa, le “indicazioni e raccomandazioni” del ministro Gelmini, con il tetto del 30% di alunni stranieri, hanno il merito di mettere sotto i riflettori la questione, solitamente lasciata all’italica arte di arrangiarsi che in campo scolastico diventa non di rado splendida – ed efficace – creatività.
Il principio ribadito dal Ministro è quello dell’integrazione, e non v’è dubbio che questa passi per buona parte dalla scuola, dove è opportuno che culture e linguaggi diversi possano incontrarsi e compenetrarsi, nel quadro di un insieme di riferimenti tipici della scuola italiana che – così spiega il Ministro – «deve mantenere con orgoglio le proprie tradizioni storiche e insegnare la cultura del nostro Paese¢. E precisando, sempre il Ministro rileva che «l’inserimento, ad esempio, dell’educazione alla cittadinanza va proprio in questa direzione: insegnare il rispetto per le altre culture e affermare contemporaneamente l’importanza delle regole civili, della storia, delle leggi e della lingua italiana. Una indispensabile condizione, questa, per realizzare una vera integrazione».
Detto questo, va anche rilevato che, di per sé, la questione del tetto per gli stranieri si presenta in un contesto culturale generale nei confronti del problema dell’immigrazione e della stessa integrazione non sempre confortante, per cui autorizza qualche sospetto, già sollevato da autorevoli commentatori. Inoltre, le raccomandazioni ministeriali sono tutt’altro che di facile attuazione. Bisogna intendersi sul termine stranieri e definire con chiarezza i margini di intervento.
Il discrimine, pare di capire, potrebbe essere la padronanza della lingua italiana, che va a configurare un vero problema didattico e per il quale il Ministero prevede le “classi di inserimento”. Decisivo resta tuttavia il richiamo all’autonomia degli istituti, poiché le situazioni territoriali sono molto diverse e lo stesso dicasi per le esigenze che si trovano a dover affrontare dirigenti scolastici sul campo. E di nuovo torna il ricorso inevitabile al buon senso e alla capacità di valutazione pratica che finora hanno guidato tante situazioni.
Ben vengano comunque indicazioni e raccomandazioni – speriamo anche finanziamenti, e persone – in più rispetto a quanto già esiste. Regole il più possibile chiare sono un buon aiuto in campo educativo e sul versante così delicato dell’integrazione che deve restare, insieme all’accoglienza, un riferimento preciso per la scuola di tutti. Il problema esiste ed è bene che lo si guardi in faccia. Da tempo si discute, infatti, dei minori stranieri nelle classi scolastiche e periodicamente emergono situazioni difficili con plessi – e classi – dove gli equilibri tra stranieri e italiani saltano, creando situazioni di “ghetto”.Considerata questa premessa, le “indicazioni e raccomandazioni” del ministro Gelmini, con il tetto del 30% di alunni stranieri, hanno il merito di mettere sotto i riflettori la questione, solitamente lasciata all’italica arte di arrangiarsi che in campo scolastico diventa non di rado splendida – ed efficace – creatività.Il principio ribadito dal Ministro è quello dell’integrazione, e non v’è dubbio che questa passi per buona parte dalla scuola, dove è opportuno che culture e linguaggi diversi possano incontrarsi e compenetrarsi, nel quadro di un insieme di riferimenti tipici della scuola italiana che – così spiega il Ministro – «deve mantenere con orgoglio le proprie tradizioni storiche e insegnare la cultura del nostro Paese¢. E precisando, sempre il Ministro rileva che «l’inserimento, ad esempio, dell’educazione alla cittadinanza va proprio in questa direzione: insegnare il rispetto per le altre culture e affermare contemporaneamente l’importanza delle regole civili, della storia, delle leggi e della lingua italiana. Una indispensabile condizione, questa, per realizzare una vera integrazione».Detto questo, va anche rilevato che, di per sé, la questione del tetto per gli stranieri si presenta in un contesto culturale generale nei confronti del problema dell’immigrazione e della stessa integrazione non sempre confortante, per cui autorizza qualche sospetto, già sollevato da autorevoli commentatori. Inoltre, le raccomandazioni ministeriali sono tutt’altro che di facile attuazione. Bisogna intendersi sul termine stranieri e definire con chiarezza i margini di intervento.Il discrimine, pare di capire, potrebbe essere la padronanza della lingua italiana, che va a configurare un vero problema didattico e per il quale il Ministero prevede le “classi di inserimento”. Decisivo resta tuttavia il richiamo all’autonomia degli istituti, poiché le situazioni territoriali sono molto diverse e lo stesso dicasi per le esigenze che si trovano a dover affrontare dirigenti scolastici sul campo. E di nuovo torna il ricorso inevitabile al buon senso e alla capacità di valutazione pratica che finora hanno guidato tante situazioni.Ben vengano comunque indicazioni e raccomandazioni – speriamo anche finanziamenti, e persone – in più rispetto a quanto già esiste. Regole il più possibile chiare sono un buon aiuto in campo educativo e sul versante così delicato dell’integrazione che deve restare, insieme all’accoglienza, un riferimento preciso per la scuola di tutti.

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