Anno europeo: mete raggiunte e altre da raggiungere

di Luca JAHIER Comitato economico e sociale europeo (Bruxelles)
Redazione

Si chiude un Anno europeo ed è tempo di bilanci. Questa volta però prevale un generale consenso tra tutti gli addetti ai lavori sui risultati positivi. Non è certo passato inosservato, come tanti altri Anni europei o internazionali. E non è poco, se l’obiettivo principale era appunto quello di far crescere la pressione affinché il tema fosse assunto più chiaramente nelle priorità politiche dell’Ue. Ed è questo il punto dirimente. Non che prima l’Unione europea non facesse nulla, dalle strategie per l’inclusione sociale all’insieme delle politiche di coesione territoriale e al Fondo sociale europeo, ma il fuoco dell’attenzione era soprattutto sulle politiche della crescita economica e dell’inclusione attiva attraverso il lavoro. Ora si è dovuto riconoscere che ci sono dei vasti problemi di povertà in Europa che il solo accesso all’impiego, pur cruciale, non può di per sé risolvere.
Due fatti hanno certamente contribuito a questa parziale “svolta” europea. Il primo è l’amara lezione delle cifre, 16% degli europei, cioè oltre 80 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà (secondo altri sistemi di rilevazione questo dato supera i 100 milioni). E si tratta di cifre in crescita, soprattutto a seguito della perdurante crisi economica che, dopo tre anni, ha spazzato via un decennio di crescita economica, messo sotto grave pressione tutti i mercati del lavoro, salvo forse solo la Germania, e costretto a estese e generalizzate riduzioni della spesa sociale in tutti i Paesi dell’Unione. Il secondo è l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona: con buona pace di tutti coloro che ostinatamente hanno continuato anche in quest’Anno a difendere la tesi che la lotta contro la povertà non fosse una competenza dell’Europa, si è dovuto prendere atto che ora la lotta contro l’esclusione sociale è una competenza condivisa tra Unione europea e Stati membri.
Con l’adozione del nuovo quadro delle politiche di sviluppo sostenibile dell’Ue per i prossimi 10 anni – che ha preso il nome di Strategia Europa 2020 – sono stati definiti obiettivi chiari e che esplicitano questo passo: la strategia prevede tre priorità interconnesse, di cui una è la crescita inclusiva; prevede 5 obiettivi per l’insieme dell’Unione, tra cui tre sono direttamente collegati alla riduzione della povertà (riduzione di 20 milioni di persone a rischio di povertà o esclusione alla fine del decennio, meno del 10% della dispersione scolastica e almeno 40% della popolazione tra i 30-34 anni che abbiano completato un ciclo terziario di educazione o equivalente; 75% del tasso di impiego sulla popolazione tra i 20 e i 64 anni). La strategia prevede, inoltre, 7 strategie faro e di queste una è la “Piattaforma europea contro la povertà”, per la quale proprio lo scorso 16 dicembre la Commissione ha presentato una apposita comunicazione. In essa l’Unione prevede di utilizzare al meglio tutti gli strumenti di innovazione sociale, di fare il miglior uso possibile dei diversi fondi Ue e in particolare del Fse (Fondo sociale europeo), di rendere i servizi di protezione sociale più efficiente e di coinvolgere la più ampia gamma di partner nella lotta all’esclusione sociale. Saranno solo parole? Beh, intanto mai prima d’ora la questione della povertà aveva assunto un tale rilievo strategico e di sistema nel cuore della programmazione politica e di lungo periodo delle Istituzioni Ue. Ora si tratterà di vegliare affinché queste si traducano in pratica, in modo costante e progressivo. Un buon viatico è senza dubbio derivato dalla spinta impressa dalla presidenza belga dell’Ue, ora in fase di chiusura, che ha fatto importanti passi avanti anche su aree rilevanti, quali: il Metodo di coordinamento aperto (Moc) in tema d’inclusione sociale, strumento di coordinamento volontario e proattivo delle politiche a livello dei 27 Stati membri, mettendo anche le basi per una possibile e quanto mai attesa quanto controversa Direttiva Ue sul reddito minimo; la povertà minorile; il dramma dei senza fissa dimora. Sia la ormai imminente presidenza ungherese che la successiva polacca dell’Ue hanno già dichiarato di voler proseguire sulla linea intrapresa e di voler fare progressi. Infine e certo non ultimo, questo anno ha permesso la creazione e il consolidamento di importanti reti e alleanze tra attori sociali, tra questi e molte istituzioni locali, capaci di diventare un interlocutore stabile e stimolante delle Istituzioni sia europee sia di molti Stati membri. È una buona base per assicurare un attento monitoraggio partecipato sulla messa in opera delle politiche, che è talora mancato su altre importanti politiche e scelte europee.
Possiamo, tuttavia, sottolineare due aspetti meno positivi. Il primo è che si sarebbe potuti essere più ambiziosi, sia in termini di obiettivi di riduzione della povertà, sia di nuovi indicatori per misurare in modo orizzontale l’impatto delle diverse politiche sulla riduzione della povertà e gli stessi progressi realizzati a livello dei singoli Paesi. In secondo luogo, è anche mancato un cambio di passo nella formulazione delle priorità in merito alla lotta contro la povertà su scala internazionale. L’Europa continua ad essere complessivamente il primo donatore al mondo, ma certo questo aspetto non è stato di alcun rilievo nel recente summit Unione europea – Unione africana di Tripoli, né tantomeno sembra essere esplicitamente uno degli assi strategici del nuovo Servizio diplomatico di azione esterna.
Insomma, il cantiere è ancora vasto. Si chiude un Anno europeo ed è tempo di bilanci. Questa volta però prevale un generale consenso tra tutti gli addetti ai lavori sui risultati positivi. Non è certo passato inosservato, come tanti altri Anni europei o internazionali. E non è poco, se l’obiettivo principale era appunto quello di far crescere la pressione affinché il tema fosse assunto più chiaramente nelle priorità politiche dell’Ue. Ed è questo il punto dirimente. Non che prima l’Unione europea non facesse nulla, dalle strategie per l’inclusione sociale all’insieme delle politiche di coesione territoriale e al Fondo sociale europeo, ma il fuoco dell’attenzione era soprattutto sulle politiche della crescita economica e dell’inclusione attiva attraverso il lavoro. Ora si è dovuto riconoscere che ci sono dei vasti problemi di povertà in Europa che il solo accesso all’impiego, pur cruciale, non può di per sé risolvere.Due fatti hanno certamente contribuito a questa parziale “svolta” europea. Il primo è l’amara lezione delle cifre, 16% degli europei, cioè oltre 80 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà (secondo altri sistemi di rilevazione questo dato supera i 100 milioni). E si tratta di cifre in crescita, soprattutto a seguito della perdurante crisi economica che, dopo tre anni, ha spazzato via un decennio di crescita economica, messo sotto grave pressione tutti i mercati del lavoro, salvo forse solo la Germania, e costretto a estese e generalizzate riduzioni della spesa sociale in tutti i Paesi dell’Unione. Il secondo è l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona: con buona pace di tutti coloro che ostinatamente hanno continuato anche in quest’Anno a difendere la tesi che la lotta contro la povertà non fosse una competenza dell’Europa, si è dovuto prendere atto che ora la lotta contro l’esclusione sociale è una competenza condivisa tra Unione europea e Stati membri.Con l’adozione del nuovo quadro delle politiche di sviluppo sostenibile dell’Ue per i prossimi 10 anni – che ha preso il nome di Strategia Europa 2020 – sono stati definiti obiettivi chiari e che esplicitano questo passo: la strategia prevede tre priorità interconnesse, di cui una è la crescita inclusiva; prevede 5 obiettivi per l’insieme dell’Unione, tra cui tre sono direttamente collegati alla riduzione della povertà (riduzione di 20 milioni di persone a rischio di povertà o esclusione alla fine del decennio, meno del 10% della dispersione scolastica e almeno 40% della popolazione tra i 30-34 anni che abbiano completato un ciclo terziario di educazione o equivalente; 75% del tasso di impiego sulla popolazione tra i 20 e i 64 anni). La strategia prevede, inoltre, 7 strategie faro e di queste una è la “Piattaforma europea contro la povertà”, per la quale proprio lo scorso 16 dicembre la Commissione ha presentato una apposita comunicazione. In essa l’Unione prevede di utilizzare al meglio tutti gli strumenti di innovazione sociale, di fare il miglior uso possibile dei diversi fondi Ue e in particolare del Fse (Fondo sociale europeo), di rendere i servizi di protezione sociale più efficiente e di coinvolgere la più ampia gamma di partner nella lotta all’esclusione sociale. Saranno solo parole? Beh, intanto mai prima d’ora la questione della povertà aveva assunto un tale rilievo strategico e di sistema nel cuore della programmazione politica e di lungo periodo delle Istituzioni Ue. Ora si tratterà di vegliare affinché queste si traducano in pratica, in modo costante e progressivo. Un buon viatico è senza dubbio derivato dalla spinta impressa dalla presidenza belga dell’Ue, ora in fase di chiusura, che ha fatto importanti passi avanti anche su aree rilevanti, quali: il Metodo di coordinamento aperto (Moc) in tema d’inclusione sociale, strumento di coordinamento volontario e proattivo delle politiche a livello dei 27 Stati membri, mettendo anche le basi per una possibile e quanto mai attesa quanto controversa Direttiva Ue sul reddito minimo; la povertà minorile; il dramma dei senza fissa dimora. Sia la ormai imminente presidenza ungherese che la successiva polacca dell’Ue hanno già dichiarato di voler proseguire sulla linea intrapresa e di voler fare progressi. Infine e certo non ultimo, questo anno ha permesso la creazione e il consolidamento di importanti reti e alleanze tra attori sociali, tra questi e molte istituzioni locali, capaci di diventare un interlocutore stabile e stimolante delle Istituzioni sia europee sia di molti Stati membri. È una buona base per assicurare un attento monitoraggio partecipato sulla messa in opera delle politiche, che è talora mancato su altre importanti politiche e scelte europee.Possiamo, tuttavia, sottolineare due aspetti meno positivi. Il primo è che si sarebbe potuti essere più ambiziosi, sia in termini di obiettivi di riduzione della povertà, sia di nuovi indicatori per misurare in modo orizzontale l’impatto delle diverse politiche sulla riduzione della povertà e gli stessi progressi realizzati a livello dei singoli Paesi. In secondo luogo, è anche mancato un cambio di passo nella formulazione delle priorità in merito alla lotta contro la povertà su scala internazionale. L’Europa continua ad essere complessivamente il primo donatore al mondo, ma certo questo aspetto non è stato di alcun rilievo nel recente summit Unione europea – Unione africana di Tripoli, né tantomeno sembra essere esplicitamente uno degli assi strategici del nuovo Servizio diplomatico di azione esterna.Insomma, il cantiere è ancora vasto.

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