Una risorsa sottovalutata o emigrata

di Andrea CASAVECCHIA
Redazione

Le proteste nel mondo dell’istruzione pubblica relative alla proposta di riforma della scuola e dell’università portano alla visibilità della cronaca anche figure poco considerate dai mass media come gli assegnisti di ricerca oppure i dottorandi. I precari presenti e futuri del sistema universitario italiano.
In questi giorni li abbiamo visti sopra le terrazze delle loro Facoltà per reclamare un barlume di speranza per il loro futuro. È di moda salire in alto per gridare le proprie ragioni. Lo fanno gli operai che vedono il pericolo della chiusura della loro fabbrica; lo fanno gli immigrati, come quelli di Brescia, per chiedere i propri diritti; lo fanno i, più o meno, giovani che vorrebbero vedere messi a frutto i loro anni di studio e la loro passione per la ricerca.
Accamparsi sui tetti può essere letto come un segnale dal doppio volto.
Da una parte, forse sarebbe ora di riflettere sulla capacità delle forze sociali di rappresentare i più deboli, che si trovano nell’unica condizione di strillare per far almeno ascoltare le proprie ragioni. Le uniche contromisure adottate sembrano quelle di salire, a posteriori, sul tetto con loro. Se esistono delle motivazioni valide non sarebbe più opportuno sostenerle e promuoverle prima?
Dall’altra parte, con la protesta dei “precari” della ricerca, che si uniscono a quelle degli studenti, si mettono in evidenza i gravi ritardi sul piano progettuale del nostro Paese che appare senza visione strategica complessiva. Sicuramente la crisi economica colpisce tutti e quindi bisogna correre ai ripari. Tuttavia, ci sono segnali che mostrano l’incapacità di dirigere risorse verso i luoghi della crescita culturale e scientifica, quelli che dovrebbero essere il motore della società della conoscenza, tanto sostenuta dall’Unione europea.
Le prospettive per dei giovani che investono nella loro istruzione e formazione sono assai scarse. Intanto si può verificare dalle possibilità di accesso all’alta formazione universitaria. Infatti dai dati di una ricerca svolta dall’Adi (l’associazione dei dottorati italiani) appare evidente come il nostro Paese riduca gli investimenti nei settori dell’innovazione e dello sviluppo della ricerca. Infatti da un campione di 22 università statali italiane emerge come i posti di dottorato con borsa sono diminuiti del 30,24%, passando da 5.194 a 3.623.
Inoltre, si possono poi osservare le traiettorie delle loro esperienze una volta conseguito il dottorato: un assegno di ricerca per qualche mese, se si è fortunati per un annetto, qualche supplenza da tenere… e poi? Dovrà riciclarsi da qualche parte nel mercato di lavoro italiano.
Per proseguire le proprie ricerche l’alternativa, scelta da più coraggiosi, diventa l’emigrazione. Così la parte più formata della nuova generazione, quella che potrebbe innestare germogli di cambiamento per il Paese viene sottoutilizzata oppure lasciata partire. Le proteste nel mondo dell’istruzione pubblica relative alla proposta di riforma della scuola e dell’università portano alla visibilità della cronaca anche figure poco considerate dai mass media come gli assegnisti di ricerca oppure i dottorandi. I precari presenti e futuri del sistema universitario italiano.In questi giorni li abbiamo visti sopra le terrazze delle loro Facoltà per reclamare un barlume di speranza per il loro futuro. È di moda salire in alto per gridare le proprie ragioni. Lo fanno gli operai che vedono il pericolo della chiusura della loro fabbrica; lo fanno gli immigrati, come quelli di Brescia, per chiedere i propri diritti; lo fanno i, più o meno, giovani che vorrebbero vedere messi a frutto i loro anni di studio e la loro passione per la ricerca.Accamparsi sui tetti può essere letto come un segnale dal doppio volto.Da una parte, forse sarebbe ora di riflettere sulla capacità delle forze sociali di rappresentare i più deboli, che si trovano nell’unica condizione di strillare per far almeno ascoltare le proprie ragioni. Le uniche contromisure adottate sembrano quelle di salire, a posteriori, sul tetto con loro. Se esistono delle motivazioni valide non sarebbe più opportuno sostenerle e promuoverle prima?Dall’altra parte, con la protesta dei “precari” della ricerca, che si uniscono a quelle degli studenti, si mettono in evidenza i gravi ritardi sul piano progettuale del nostro Paese che appare senza visione strategica complessiva. Sicuramente la crisi economica colpisce tutti e quindi bisogna correre ai ripari. Tuttavia, ci sono segnali che mostrano l’incapacità di dirigere risorse verso i luoghi della crescita culturale e scientifica, quelli che dovrebbero essere il motore della società della conoscenza, tanto sostenuta dall’Unione europea.Le prospettive per dei giovani che investono nella loro istruzione e formazione sono assai scarse. Intanto si può verificare dalle possibilità di accesso all’alta formazione universitaria. Infatti dai dati di una ricerca svolta dall’Adi (l’associazione dei dottorati italiani) appare evidente come il nostro Paese riduca gli investimenti nei settori dell’innovazione e dello sviluppo della ricerca. Infatti da un campione di 22 università statali italiane emerge come i posti di dottorato con borsa sono diminuiti del 30,24%, passando da 5.194 a 3.623.Inoltre, si possono poi osservare le traiettorie delle loro esperienze una volta conseguito il dottorato: un assegno di ricerca per qualche mese, se si è fortunati per un annetto, qualche supplenza da tenere… e poi? Dovrà riciclarsi da qualche parte nel mercato di lavoro italiano.Per proseguire le proprie ricerche l’alternativa, scelta da più coraggiosi, diventa l’emigrazione. Così la parte più formata della nuova generazione, quella che potrebbe innestare germogli di cambiamento per il Paese viene sottoutilizzata oppure lasciata partire.

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