Lo sostiene il sociologo Maurizio Ambrosini, che ha presentato la ricerca "Ritrovarsi altrove" promossa da Caritas Ambrosiana e Osservatorio regionale per l'integrazione e la multietnicità


Redazione

L’emigrazione è un fenomeno che divide le famiglie. A volte per sempre. Un terzo delle donne latinoamericane ed est europee vive da sola con i figli, perché il coniuge è rimasto nel Paese di origine. Più di un terzo delle famiglie immigrate sono ricongiunte solo in parte. Un quinto delle donne difficilmente potrà rivedere il proprio figlio. Questi sono alcuni dei dati che emergono dalla ricerca “Ritrovarsi altrove. Famiglie ricongiunte e adolescenti di origine straniera”, promossa da Caritas Ambrosiana e dall’Osservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità, presentata martedì 16 febbraio al Dipartimento di studi sociali e politici, dell’Università degli Studi di Milano.
Secondo gli autori dell’indagine – Maurizio Ambrosini, Paola Bonizzoni ed Elena Caneva – i processi di insediamento familiare degli stranieri nel nostro Paese non sono né rapidi, né scontati: se il tempo minimo necessario al ricongiungimento dei figli pare aggirarsi intorno ai tre anni, circa un terzo delle famiglie intervistate ci ha messo più di sette anni per ricongiungersi completamente, e quasi metà di quelle divise da più di sette anni ancora si dichiara incapace di realizzare processi di ricongiungimento.
Alcune categorie,come le donne sole con figli (circa un terzo delle latinoamericane ed est europee), le famiglie con tre figli o più (circa un terzo del totale) mostrano particolari segni di vulnerabilità, che possono portarle a sperimentare separazioni prolungate, ricongiungimenti parziali (più di un terzo delle famiglie intervistate sono infatti ricongiunte solo in parte) o ad escluderle per sempre dalla possibilità di ricongiungersi a figli ormai maggiorenni (dato che circa il 20% degli intervistati è emigrato quando il figlio più grande aveva più di 16 anni).
Le difficoltà nel reperimento di un alloggio, e le complesse procedure burocratiche necessarie a inoltrare la pratica sono gli ostacoli più spesso lamentati dagli intervistati. La cura dei figli a distanza pare problematica soprattutto per le madri migranti, che sperimentano una profonda riorganizzazione della propria vita familiare dopo la partenza: metà di loro lascia i figli in cura alle nonne, solo una su cinque ai padri, in quanto questi sono partiti a loro volta, o non fanno più parte della famiglia. L’emigrazione è un fenomeno che divide le famiglie. A volte per sempre. Un terzo delle donne latinoamericane ed est europee vive da sola con i figli, perché il coniuge è rimasto nel Paese di origine. Più di un terzo delle famiglie immigrate sono ricongiunte solo in parte. Un quinto delle donne difficilmente potrà rivedere il proprio figlio. Questi sono alcuni dei dati che emergono dalla ricerca “Ritrovarsi altrove. Famiglie ricongiunte e adolescenti di origine straniera”, promossa da Caritas Ambrosiana e dall’Osservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità, presentata martedì 16 febbraio al Dipartimento di studi sociali e politici, dell’Università degli Studi di Milano.Secondo gli autori dell’indagine – Maurizio Ambrosini, Paola Bonizzoni ed Elena Caneva – i processi di insediamento familiare degli stranieri nel nostro Paese non sono né rapidi, né scontati: se il tempo minimo necessario al ricongiungimento dei figli pare aggirarsi intorno ai tre anni, circa un terzo delle famiglie intervistate ci ha messo più di sette anni per ricongiungersi completamente, e quasi metà di quelle divise da più di sette anni ancora si dichiara incapace di realizzare processi di ricongiungimento.Alcune categorie,come le donne sole con figli (circa un terzo delle latinoamericane ed est europee), le famiglie con tre figli o più (circa un terzo del totale) mostrano particolari segni di vulnerabilità, che possono portarle a sperimentare separazioni prolungate, ricongiungimenti parziali (più di un terzo delle famiglie intervistate sono infatti ricongiunte solo in parte) o ad escluderle per sempre dalla possibilità di ricongiungersi a figli ormai maggiorenni (dato che circa il 20% degli intervistati è emigrato quando il figlio più grande aveva più di 16 anni).Le difficoltà nel reperimento di un alloggio, e le complesse procedure burocratiche necessarie a inoltrare la pratica sono gli ostacoli più spesso lamentati dagli intervistati. La cura dei figli a distanza pare problematica soprattutto per le madri migranti, che sperimentano una profonda riorganizzazione della propria vita familiare dopo la partenza: metà di loro lascia i figli in cura alle nonne, solo una su cinque ai padri, in quanto questi sono partiti a loro volta, o non fanno più parte della famiglia. Quattro tipologie Dai risultati della ricerca emerge che i giovani ricongiunti hanno più difficoltà di relazione con i genitori dei giovani nati in Italia. Vive con loro (o anche con i fratelli) l’86% dei giovani stranieri nati in Italia; mentre tra i giovani ricongiunti la percentuale scende al 68%. I restanti vivono con un solo genitore o con altri parenti. Sia gli uni, sia gli altri reputano molto importante per la definizione della propria identità il riferimento alla nazionalità e alla condizione di straniero (il 60% tra i ricongiunti, il 58% tra i nati in Italia), i restanti considerano più determinante il fatto di essere giovani e studenti.La ricerca ha inoltre individuato quattro tipologie principali fra i giovani di origine straniera. Appartengono agli “adolescenziali” quei ragazzi, per lo più nati in Italia, per i quali lo scontro con i genitori è legato non al contrasto tra valori diversi, ma all’età. Costoro rappresentano il 17,6% del campione. Ci sono poi i “ribelli” (30,6%), in genere maschi nati all’estero, spesso arrivati da poco in Italia; costoro esibiscono un forte legame con il Paese d’origine. In questo caso sono proprio le difficoltà del ricongiungimento a dare origine allo scontro con i genitori. Gli “integrati” (22,6%) sono ragazzi e ragazzi ormai quasi adulti per i quali i conflitti tipici dell’adolescenza sono stati superati. Infine “i conservatori” (29,2%), per lo più maschi, tardo adolescenti, sembrano aver interiorizzato aspetti della cultura d’origine, pur senza entrare in conflitto con la società in cui sono nati e cresciuti.La ricerca è durata due anni ed è stata realizzata su un campione di 422 famiglie immigrate e altrettanti giovani stranieri residenti in Lombardia. La rilevazione è avvenuta attraverso la diffusione di questionari e interviste qualitative. «Il ricongiungimento familiare è ancora un processo lungo e difficoltoso, incoraggiarlo e favorirlo sarebbe una scelta politica lungimirante – sostiene il sociologo Maurizio Ambrosini -. Se avessimo più famiglie straniere e meno immigrati soli, spesso uomini adulti, avremmo anche più integrazione. E fatti come quelli di via Padova, avrebbero meno probabilità di accadere», fa osservare lo studioso riferendosi alla rissa tra nordafricani e sudamericani che ha tenuto in scacco un intero quartiere sabato scorso. «Insomma per disinnescare il rischio che, come è accaduto nelle banlieue parigine, anche le periferie di Milano esplodano, sarebbe saggio promuovere l’integrazione anche incoraggiando i ricongiungimenti familiari».

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