La responsabilità di Italia ed Europa verso i giovani

di Nico CURCI Economista
Redazione

Il 2010 potrebbe essere l’anno in cui l’Italia e l’Europa si giocano il proprio futuro. Sono tanti i fatti che, se governati opportunamente, possono decretare il successo di un modello di crescita basato sull’efficienza e sull’equità e, quindi, capace di coniugare al meglio globalizzazione e tradizione sociale europea. Ne cito tre: la vicenda dello stabilimento Fiat di Pomigliano, che richiede il massimo di riformismo sociale per tutelare i diritti dei lavoratori in una cornice di maggiore efficienza produttiva; l’impostazione di una manovra di rientro dal deficit pubblico che si pone (non possiamo ancora dire quanto credibilmente) l’ambizioso obiettivo di contrastare l’evasione fiscale e ridurre il peso dello Stato; a livello europeo, la crisi di credibilità dell’Euro, che richiede lo sforzo di sanare le contraddizioni di fondo della costruzione economica europea, attraverso un reale accentramento in sede europea della politica fiscale per coordinarla al meglio con quella monetaria.
Per impostare correttamente una risposta adeguata a queste sfide, è necessario trovare la chiave di lettura giusta che incrementi la consapevolezza collettiva della serietà delle questioni da trattare. A mio parere, quella più convincente è data dall’equità tra generazioni, che è purtroppo la grande assente dalle discussioni che si ascoltano in televisione o si leggono sui giornali. Detta diversamente, la politica, e con essa i cittadini, dovrebbe chiedersi quanto sia giusto scaricare sulle nuove generazioni il peso di trent’anni di politiche pubbliche miopi e quanto invece non sia necessario trovare il giusto punto di equilibrio per spalmare i sacrifici, senza soffocare il futuro dei giovani.
Prendiamo il caso di Pomigliano d’Arco. A chi giova far andare in fumo un investimento produttivo enorme che un’azienda italiana decide coraggiosamente di fare in una delle aree più bisognose di lavoro dell’intero Paese? Siamo davvero convinti che la Fiat voglia solo fare macelleria sociale e calpestare i diritti dei lavoratori sanciti dalla Costituzione? E poi perché quella stessa Costituzione non è stata brandita come scudo, quando a tavolino fu deciso di dare al sistema economico italiano la flessibilità necessaria a sopravvivere facendola pagare solo ai giovani, attraverso forme di lavoro sempre meno “tipiche”? Vogliamo continuare a colpire i più giovani per proteggere vecchie rendite di posizione?
Passiamo alla lotta all’evasione e alla riduzione del peso dello Stato. Come detto, non possiamo ancora sapere se le misure del Governo, che il Parlamento deve ancora votare, siano davvero efficaci. Ma di una cosa si può essere certi: se non riprendiamo a crescere, non c’è politica fiscale che può salvarci dal fallimento. E oggi di una cosa più che mai questo Paese ha bisogno: che si stabiliscano regole certe per l’iniziativa individuale, non attaccabili dalla discrezionalità politica e capaci di liberare il potenziale di crescita inespresso che l’Italia, e il suo Sud in particolare, ancora ha. Vanno bene le idee del ministro dell’Economia sulla riforma dell’art. 41 della Costituzione, ma piacerebbe vedere lo stesso impegno nel proseguire con fatti concreti la liberalizzazione del settore dei servizi su cui si vedono troppi tentennamenti, se non veri e propri passi indietro, da parte del Governo. Se i giovani diventassero il vero target della politica economica, questi processi potrebbero essere implementati più facilmente.
Infine l’Europa. Qui entra in gioco la prospettiva più macroeconomica della crisi. Il rientro rapido da debiti pubblici insostenibili è il prerequisito per garantirci una certa prosperità nei prossimi decenni. Da soli i Governi europei non possono affrontare questa sfida. Solo la solidarietà tra Paesi vicini potrà permettere una soluzione definitiva. Perché questa sia possibile, è necessario ancora una volta guardare al futuro. Che Europa vogliamo consegnare ai giovani? Ripartire dal sogno condiviso di un’Europa dinamica, prospera e libera, richiede di abbandonare ogni forma di miopia sul presente e di impostare il futuro senza aggravarlo del peso di un debito pubblico insostenibile, che bloccherebbe ogni possibilità di sviluppo. Ancora una volta, ci viene chiesto di non lasciare che chi viene dopo di noi paghi il prezzo più alto.
In tutti questi casi, obiettivi di breve termine s’intrecciano con grandi questioni di fondo, sul tappeto da troppo tempo e che ora devono essere affrontate senza indugio. In questo senso, il mondo non sarà più come prima, così come l’Europa e l’Italia, sperando che ci sia in giro abbastanza capacità di leadership per governare processi così complessi. Il 2010 potrebbe essere l’anno in cui l’Italia e l’Europa si giocano il proprio futuro. Sono tanti i fatti che, se governati opportunamente, possono decretare il successo di un modello di crescita basato sull’efficienza e sull’equità e, quindi, capace di coniugare al meglio globalizzazione e tradizione sociale europea. Ne cito tre: la vicenda dello stabilimento Fiat di Pomigliano, che richiede il massimo di riformismo sociale per tutelare i diritti dei lavoratori in una cornice di maggiore efficienza produttiva; l’impostazione di una manovra di rientro dal deficit pubblico che si pone (non possiamo ancora dire quanto credibilmente) l’ambizioso obiettivo di contrastare l’evasione fiscale e ridurre il peso dello Stato; a livello europeo, la crisi di credibilità dell’Euro, che richiede lo sforzo di sanare le contraddizioni di fondo della costruzione economica europea, attraverso un reale accentramento in sede europea della politica fiscale per coordinarla al meglio con quella monetaria.Per impostare correttamente una risposta adeguata a queste sfide, è necessario trovare la chiave di lettura giusta che incrementi la consapevolezza collettiva della serietà delle questioni da trattare. A mio parere, quella più convincente è data dall’equità tra generazioni, che è purtroppo la grande assente dalle discussioni che si ascoltano in televisione o si leggono sui giornali. Detta diversamente, la politica, e con essa i cittadini, dovrebbe chiedersi quanto sia giusto scaricare sulle nuove generazioni il peso di trent’anni di politiche pubbliche miopi e quanto invece non sia necessario trovare il giusto punto di equilibrio per spalmare i sacrifici, senza soffocare il futuro dei giovani.Prendiamo il caso di Pomigliano d’Arco. A chi giova far andare in fumo un investimento produttivo enorme che un’azienda italiana decide coraggiosamente di fare in una delle aree più bisognose di lavoro dell’intero Paese? Siamo davvero convinti che la Fiat voglia solo fare macelleria sociale e calpestare i diritti dei lavoratori sanciti dalla Costituzione? E poi perché quella stessa Costituzione non è stata brandita come scudo, quando a tavolino fu deciso di dare al sistema economico italiano la flessibilità necessaria a sopravvivere facendola pagare solo ai giovani, attraverso forme di lavoro sempre meno “tipiche”? Vogliamo continuare a colpire i più giovani per proteggere vecchie rendite di posizione?Passiamo alla lotta all’evasione e alla riduzione del peso dello Stato. Come detto, non possiamo ancora sapere se le misure del Governo, che il Parlamento deve ancora votare, siano davvero efficaci. Ma di una cosa si può essere certi: se non riprendiamo a crescere, non c’è politica fiscale che può salvarci dal fallimento. E oggi di una cosa più che mai questo Paese ha bisogno: che si stabiliscano regole certe per l’iniziativa individuale, non attaccabili dalla discrezionalità politica e capaci di liberare il potenziale di crescita inespresso che l’Italia, e il suo Sud in particolare, ancora ha. Vanno bene le idee del ministro dell’Economia sulla riforma dell’art. 41 della Costituzione, ma piacerebbe vedere lo stesso impegno nel proseguire con fatti concreti la liberalizzazione del settore dei servizi su cui si vedono troppi tentennamenti, se non veri e propri passi indietro, da parte del Governo. Se i giovani diventassero il vero target della politica economica, questi processi potrebbero essere implementati più facilmente.Infine l’Europa. Qui entra in gioco la prospettiva più macroeconomica della crisi. Il rientro rapido da debiti pubblici insostenibili è il prerequisito per garantirci una certa prosperità nei prossimi decenni. Da soli i Governi europei non possono affrontare questa sfida. Solo la solidarietà tra Paesi vicini potrà permettere una soluzione definitiva. Perché questa sia possibile, è necessario ancora una volta guardare al futuro. Che Europa vogliamo consegnare ai giovani? Ripartire dal sogno condiviso di un’Europa dinamica, prospera e libera, richiede di abbandonare ogni forma di miopia sul presente e di impostare il futuro senza aggravarlo del peso di un debito pubblico insostenibile, che bloccherebbe ogni possibilità di sviluppo. Ancora una volta, ci viene chiesto di non lasciare che chi viene dopo di noi paghi il prezzo più alto.In tutti questi casi, obiettivi di breve termine s’intrecciano con grandi questioni di fondo, sul tappeto da troppo tempo e che ora devono essere affrontate senza indugio. In questo senso, il mondo non sarà più come prima, così come l’Europa e l’Italia, sperando che ci sia in giro abbastanza capacità di leadership per governare processi così complessi.

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