Alla Stazione Centrale la cerimonia commemorativa della deportazione degli ebrei è stata l'occasione per invitare la società civile ad alzare il livello di guardia contro ogni forma di intolleranza e a costruire modelli di convivenza

di Silvio MENGOTTO
Redazione

Nei sotterranei della Stazione Centrale – da dove partirono i convogli destinati ai campi di sterminio nazisti – ieri la Comunità di Sant’Egidio e la Comunità Ebraica di Milano hanno commemorato la deportazione degli ebrei (il 30 gennaio 1944 dal binario 21 un convoglio con 605 ebrei partì per Auschwitz) e tutti i genocidi del XX secolo.
Con la straordinaria presenza di oltre seicento persone, la commemorazione è giunta alla quattordicesima edizione consecutiva . Nello spazio dove sorgerà il Memoriale della Shoah, accanto a vecchi binari e vagoni, sono intervenuti Liliana Segre, partita a tredici anni per Auschwitz e sopravvissuta al lager, Amos Luzzato e Giuseppe Laras (presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia), Alfonso Arbib, rabbino della comunità di Milano, Giovanna Massariello (Aned) e Giorgio Del Zanna per la Comunità di Sant’Egidio.
Nel presentare la commemorazione quest’ultimo dice: «Siamo qui riuniti per ricordare quello che è stato, le vittime, chi è sopravvissuto, ciò che è successo, le leggi razziali, le deportazioni, i campi di sterminio, il tentativo di rimozione per dire che nulla è successo». Nel 2009 si è registrato il numero di atti di antisemitismo più alto degli ultimi dieci anni. Di fronte alla nausea che ancora prova nel ricordo di ciò che ha visto quale «malvagità e cattiveria assoluta», Giuseppe Laras afferma che c’è bisogno di coltivare sempre il sentimento della memoria, accanto a quello della «gratitudine verso tutti coloro che, non sono stati molti, hanno testimoniato la loro fedeltà di esseri umani a favore di altri esseri umani».
Difendere la memoria perché nel mondo ci sono preoccupanti «segnali che ci dicono, anche in Italia, della presenza di intolleranza e razzismo». Gli stessi fatti di Rosarno hanno qualcosa di comune con la Shoah «La storia – dice Del Zanna – ci insegna che quando si crea l’immagine del nemico, quando si erodono i diritti degli immigrati o dei rom, quando cresce la paura, allora è possibile che un gruppo diventi bersaglio di odio e violenza, fino a esiti estremi. Quell’odio finisce col colpire gente innocente, come lo era chi è stato deportato da qui».
Amos Luzzato denuncia un senso di forte preoccupazione perché l’orizzonte non è per nulla rassicurante. Oggi «c’è un nuovo spirito razzista che sta conquistando spazi»: per questo si invita la società civile ad alzare il livello di guardia e a costruire «modelli di convivenza». Per Alfonso Arbib l’indifferenza può essere un pericolo più subdolo del razzismo perché, c’è stata «l’indifferenza di chi non era complice, di chi non era d’accordo. Una indifferenza che è sempre giustificabile in qualche modo. Non stiamo zitti quando sentiamo il dolore degli altri e la sofferenza altrui. Dobbiamo combattere la mancanza di partecipazione emotiva, l’incapacità di sentire la sofferenza degli altri».
Liliana Segre ricorda la paura, il terrore, ma soprattutto «lo stupore per il male altrui» ( Primo Levi). I sopravvissuti raccontano che «nei vagoni tutti piangevano perché non si capiva che cosa ci stesse succedendo». Per lei «da Auschwitz non si esce mai più». Per andare avanti nella vita bisogna «amare ed essere amati»: «Dopo tanta violenza, silenzio e dolore, solitudine, io ho avuto questa grande fortuna. Ho amato e sono stata amata. Ho avuto tre meravigliosi figli e oggi sono nonna di meravigliosi nipotini. Per questo da vent’anni parlo ai giovani, a loro dico sempre che la vita è bellissima e che vale la pena di essere vissuta se si è giusti, onesti, se si sceglie sempre la vita».
La cerimonia è stata accompagnata dal canto di un coro di ragazze rom per fare memoria del Porrajmos, lo sterminio di 500 mila rom e sinti. Ulderico Maggi, della Comunità di Sant’Egidio, dice: «Non ci sono testimonianze di rom, un popolo con una memoria orale e non scritta. Una sofferenza enorme nell’oblio. La memoria della Shoah ci aiuta a costruire una umanità più vera, più sensata, più possibile anche a partire dalla memoria di un popolo come quello rom che non ha parole per farlo, non ha libri, carta e che quindi ha bisogno di altri uomini e donne che lo faccia accanto e insieme a loro». Nei sotterranei della Stazione Centrale – da dove partirono i convogli destinati ai campi di sterminio nazisti – ieri la Comunità di Sant’Egidio e la Comunità Ebraica di Milano hanno commemorato la deportazione degli ebrei (il 30 gennaio 1944 dal binario 21 un convoglio con 605 ebrei partì per Auschwitz) e tutti i genocidi del XX secolo.Con la straordinaria presenza di oltre seicento persone, la commemorazione è giunta alla quattordicesima edizione consecutiva . Nello spazio dove sorgerà il Memoriale della Shoah, accanto a vecchi binari e vagoni, sono intervenuti Liliana Segre, partita a tredici anni per Auschwitz e sopravvissuta al lager, Amos Luzzato e Giuseppe Laras (presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia), Alfonso Arbib, rabbino della comunità di Milano, Giovanna Massariello (Aned) e Giorgio Del Zanna per la Comunità di Sant’Egidio.Nel presentare la commemorazione quest’ultimo dice: «Siamo qui riuniti per ricordare quello che è stato, le vittime, chi è sopravvissuto, ciò che è successo, le leggi razziali, le deportazioni, i campi di sterminio, il tentativo di rimozione per dire che nulla è successo». Nel 2009 si è registrato il numero di atti di antisemitismo più alto degli ultimi dieci anni. Di fronte alla nausea che ancora prova nel ricordo di ciò che ha visto quale «malvagità e cattiveria assoluta», Giuseppe Laras afferma che c’è bisogno di coltivare sempre il sentimento della memoria, accanto a quello della «gratitudine verso tutti coloro che, non sono stati molti, hanno testimoniato la loro fedeltà di esseri umani a favore di altri esseri umani».Difendere la memoria perché nel mondo ci sono preoccupanti «segnali che ci dicono, anche in Italia, della presenza di intolleranza e razzismo». Gli stessi fatti di Rosarno hanno qualcosa di comune con la Shoah «La storia – dice Del Zanna – ci insegna che quando si crea l’immagine del nemico, quando si erodono i diritti degli immigrati o dei rom, quando cresce la paura, allora è possibile che un gruppo diventi bersaglio di odio e violenza, fino a esiti estremi. Quell’odio finisce col colpire gente innocente, come lo era chi è stato deportato da qui».Amos Luzzato denuncia un senso di forte preoccupazione perché l’orizzonte non è per nulla rassicurante. Oggi «c’è un nuovo spirito razzista che sta conquistando spazi»: per questo si invita la società civile ad alzare il livello di guardia e a costruire «modelli di convivenza». Per Alfonso Arbib l’indifferenza può essere un pericolo più subdolo del razzismo perché, c’è stata «l’indifferenza di chi non era complice, di chi non era d’accordo. Una indifferenza che è sempre giustificabile in qualche modo. Non stiamo zitti quando sentiamo il dolore degli altri e la sofferenza altrui. Dobbiamo combattere la mancanza di partecipazione emotiva, l’incapacità di sentire la sofferenza degli altri».Liliana Segre ricorda la paura, il terrore, ma soprattutto «lo stupore per il male altrui» ( Primo Levi). I sopravvissuti raccontano che «nei vagoni tutti piangevano perché non si capiva che cosa ci stesse succedendo». Per lei «da Auschwitz non si esce mai più». Per andare avanti nella vita bisogna «amare ed essere amati»: «Dopo tanta violenza, silenzio e dolore, solitudine, io ho avuto questa grande fortuna. Ho amato e sono stata amata. Ho avuto tre meravigliosi figli e oggi sono nonna di meravigliosi nipotini. Per questo da vent’anni parlo ai giovani, a loro dico sempre che la vita è bellissima e che vale la pena di essere vissuta se si è giusti, onesti, se si sceglie sempre la vita».La cerimonia è stata accompagnata dal canto di un coro di ragazze rom per fare memoria del Porrajmos, lo sterminio di 500 mila rom e sinti. Ulderico Maggi, della Comunità di Sant’Egidio, dice: «Non ci sono testimonianze di rom, un popolo con una memoria orale e non scritta. Una sofferenza enorme nell’oblio. La memoria della Shoah ci aiuta a costruire una umanità più vera, più sensata, più possibile anche a partire dalla memoria di un popolo come quello rom che non ha parole per farlo, non ha libri, carta e che quindi ha bisogno di altri uomini e donne che lo faccia accanto e insieme a loro». –

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