A venticinque anni dalla firma del 1984, il ruolo dell'Insegnamento della religione cattolica

Alberto CAMPOLEONI
Redazione

Quest’anno la revisione del Concordato lateranense compie 25 anni. Il 18 febbraio 1984 il cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato vaticano, e l’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi firmavano gli Accordi di revisione dopo un’attesa durata tanti anni.
Ricordare il 25° non è solo una questione celebrativa: piuttosto diventa un’occasione per riproporre e rinnovare alcuni temi di fondo, molto attuali. Con il Nuovo Concordato i rapporti tra Stato e Chiesa vengono caratterizzati da intenzioni e forme sostanzialmente nuove rispetto al passato. Non che tutto cambi con una firma, naturalmente. Ma l’atto ufficiale di allora sancì i profondi cambiamenti già avvenuti e in corso nel Paese e nella Chiesa.
Una Chiesa, in particolare, che respirava a pieni polmoni l’aria del Concilio Vaticano II e piano piano cercava di attuarne gli insegnamenti. Tra questi il nuovo atteggiamento verso le realtà temporali, dettato dalla Gaudium et spes, il riconoscimento di autonomia e, potremmo dire, di una laicità positiva che prendeva corpo, per esempio, in quel primo articolo del Nuovo Concordato dove si riaffermava, riprendendo la stessa Costituzione italiana, che «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani», dichiarando nel contempo l’impegno di entrambi «al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti e alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese». Quest’anno la revisione del Concordato lateranense compie 25 anni. Il 18 febbraio 1984 il cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato vaticano, e l’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi firmavano gli Accordi di revisione dopo un’attesa durata tanti anni.Ricordare il 25° non è solo una questione celebrativa: piuttosto diventa un’occasione per riproporre e rinnovare alcuni temi di fondo, molto attuali. Con il Nuovo Concordato i rapporti tra Stato e Chiesa vengono caratterizzati da intenzioni e forme sostanzialmente nuove rispetto al passato. Non che tutto cambi con una firma, naturalmente. Ma l’atto ufficiale di allora sancì i profondi cambiamenti già avvenuti e in corso nel Paese e nella Chiesa.Una Chiesa, in particolare, che respirava a pieni polmoni l’aria del Concilio Vaticano II e piano piano cercava di attuarne gli insegnamenti. Tra questi il nuovo atteggiamento verso le realtà temporali, dettato dalla Gaudium et spes, il riconoscimento di autonomia e, potremmo dire, di una laicità positiva che prendeva corpo, per esempio, in quel primo articolo del Nuovo Concordato dove si riaffermava, riprendendo la stessa Costituzione italiana, che «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani», dichiarando nel contempo l’impegno di entrambi «al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti e alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese». Per il bene comune In questa cornice si sono collocate le nuove norme sull’insegnamento della religione cattolica (Irc) nelle scuole pubbliche, pure tanto criticate, anche strumentalmente, negli anni che sono seguiti, fino a oggi. Eppure proprio sull’insegnamento della religione è stato fatto un passo di grande significato. L’Irc neoconcordatario propone sostanzialmente un servizio della Chiesa agli alunni, alle famiglie, alla scuola pubblica, in quello spirito di collaborazione già ricordato, «per la promozione dell’uomo e il bene del Paese», e con lo stile conciliare del rispetto e della valorizzazione delle diverse realtà, a cominciare dalla scuola. Èinfatti all’interno delle finalità proprie della scuola che l’Irc si colloca. È nel curricolo scolastico che porta il proprio contributo originale e specifico, come le altre materie. È nel contesto dell’attività collegiale e nell’ambito della comunità docente che svolge il proprio compito l’insegnante di religione. La Chiesa che garantisce contenuti e docenti dell’Irc lo fa come partner della scuola, co-protagonista di un’opera educativa condivisa, alla quale contribuisce con rigore e in spirito di servizio, senza sovrapporsi all’istituzione pubblica o deviandone le finalità.Si può discutere all’infinito se si poteva fare meglio e se le intenzioni del Nuovo Concordato sono state rispettate. Ma quella descritta è la logica che ha animato la revisione concordataria: l’abbandono di “privilegi” denunciati anzitutto dall’interno della Chiesa – il dibattito che portò al Nuovo Concordato è significativo -, la ricerca di un nuovo modo di “stare” nella scuola e nella società, la volontà e la necessità di contribuire in maniera efficace a costruire l’uomo contemporaneo.Ricordare i 25 anni del Nuovo Concordato significa anche sottolineare e rilanciare le passioni di una stagione non terminata, l’impegno genuino che continua ad animare la comunità ecclesiale al servizio dell’uomo che, come amava ricordare Giovanni Paolo II, è «la via della Chiesa».

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