Il "banchiere dei poveri", premio Nobel, ieri a Milano per parlare di un nuovo tipo di impresa che abbia come�fine non il profitto, ma obiettivi sociali, come sanare povertà, malattie e degrado ambientale. La crisi? Non è un ostacolo, ma un'opportunità

Stefania CECCHETTI
Redazione

«Avete presente i bonsai? Il loro seme è esattamente uguale a quello degli altri alberi, ma piantato in un piccolo vaso da fiori dà origine a una pianta in miniatura. I poveri sono uguali: non hanno niente di meno delle altre persone, solo non hanno avuto le stesse opportunità di crescita». Così il premio Nobel Muhammad Yunus, meglio conosciuto come “il banchiere dei poveri”, invitato ieri a parlare di “Un mondo senza povertà” presso la sala congressi della Fondazione Cariplo a Milano, ha descritto gli ultimi del pianeta.
Già ideatore del microcredito – un sistema bancario rivoluzionario, perché presta piccole somme a soggetti considerati “non solvibili” dalla banche tradizionali per finanziare progetti imprenditoriali capaci di affrancare tante famiglie dalla povertà – nel suo nuovo libro, che ha lo stesso titolo del convegno (in Italia edito da Feltrinelli nel 2008), Yunus afferma la necessità di creare un nuovo tipo di impresa sociale, da lui definita «social business». Quali le sue caratteristiche? «Sarà un’impresa alternativa a quella tradizionale, fondata sulla logica del profitto, che tenga nel giusto conto la natura multidimensionale degli esseri umani – non semplici macchine per fare soldi ma, appunto, persone – e che abbia come primo obiettivo non i dividendi, ma precisi obiettivi sociali». Un social business a cui Yunus chiede, in definitiva, che sia in grado di cambiare il mondo. «Avete presente i bonsai? Il loro seme è esattamente uguale a quello degli altri alberi, ma piantato in un piccolo vaso da fiori dà origine a una pianta in miniatura. I poveri sono uguali: non hanno niente di meno delle altre persone, solo non hanno avuto le stesse opportunità di crescita». Così il premio Nobel Muhammad Yunus, meglio conosciuto come “il banchiere dei poveri”, invitato ieri a parlare di “Un mondo senza povertà” presso la sala congressi della Fondazione Cariplo a Milano, ha descritto gli ultimi del pianeta.Già ideatore del microcredito – un sistema bancario rivoluzionario, perché presta piccole somme a soggetti considerati “non solvibili” dalla banche tradizionali per finanziare progetti imprenditoriali capaci di affrancare tante famiglie dalla povertà – nel suo nuovo libro, che ha lo stesso titolo del convegno (in Italia edito da Feltrinelli nel 2008), Yunus afferma la necessità di creare un nuovo tipo di impresa sociale, da lui definita «social business». Quali le sue caratteristiche? «Sarà un’impresa alternativa a quella tradizionale, fondata sulla logica del profitto, che tenga nel giusto conto la natura multidimensionale degli esseri umani – non semplici macchine per fare soldi ma, appunto, persone – e che abbia come primo obiettivo non i dividendi, ma precisi obiettivi sociali». Un social business a cui Yunus chiede, in definitiva, che sia in grado di cambiare il mondo. Smontare il sistema La crisi finanziaria globale che stiamo attraversando non è un ostacolo alla realizzazione di questo sogno, come si potrebbe pensare, ma una splendida e irripetibile opportunità: «Quando una macchina vecchia richiede continui interventi, ci chiediamo se non sia venuto il momento di cambiarla. È giunto il momento di domandarci se non valga la pena di cambiare il sistema economico che abbiamo creato e che ha generato tutta questa povertà». Per questo, secondo Yunus, non ha senso parlare di nuove regole economiche, «bisogna proprio smontare il sistema pezzo per pezzo e rimontarlo secondo prospettive nuove».E cosa dovremmo aspettarci da questa nuova macchina-sistema? Innanzitutto che nessuno venga escluso dal mondo della finanza: in questo senso, secondo Yunus, «il microcredito dovrebbe diventare qualcosa di interno al sistema, non ai margini». E poi che il social business sia in grado di intervenire per sanare le piaghe del vecchio sistema: povertà, malattie, degrado ambientale. In Bangladesh il social business è già una realtà. Un piccolo seme di speranza, un sogno nato in un ristorante parigino da un piacevole colloquio tra Yunus e il numero uno del colosso Danone, Franck Riboud. Come il premio Nobel racconta nel suo libro, l’imprenditore ha risposto immediatamente e con entusiasmo alla sua proposta di una joint venture tra Grameen Bank e Danone per la produzione di prodotti alimentari adatti a migliorare la salute della popolazione, soprattutto dei bambini, a basso prezzo. Il tutto coprendo i costi, ma senza produrre dividendi. Il «Facciamolo» pronunciato di getto da Riboud e la loro vigorosa stretta di mano forse è l’inizio di qualcosa di nuovo. I 10 anni di Banca Etica – L’8 marzo 2009 Banca Etica festeggia i suoi primi 10 anni di lavoro insieme ai 30 mila soci e ai tantissimi risparmiatori che la scelgono ogni giorno per aprire un conto corrente o fare un investimento che diventa volano di un’economia sociale e solidale. «Proprio in un momento così difficile per la società mondiale – scrivono i promotori – questo decennale è l’occasione non solo per festeggiare, ma per partecipare, discutere e riflettere su una finanza che, se usata con onestà e trasparenza, può servire l’interesse più alto: quello di tutti». In programma eventi a Padova, città natale di Banca Etica, Roma, Milano e in altre zone d’Italia. –

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