Il convegno "Strade liberate", promosso dalla Casa della Carità,�ha rilevato�la necessità di�conoscere realmente chi vive nel disagio, al di là delle "etichette" create dalla società, perché�sia�davvero artefice del�suo futuro

Marco QUATTRONE
Redazione

Nelle società capitalistiche il pensiero dominante ritiene che i comportamenti degli individui siano il risultato di una deliberazione coerente che li porta a massimizzare una funzione-obiettivo. Ne consegue che chi vive in strada è considerato un agente non razionale e fragile, che agisce sotto l’effetto di droga, alcool e malattie mentali. Questo scoraggia dallo studiare il fenomeno e soprattutto disincentiva i responsabili politici dall’attuare politiche di re-inserimento perché ritenute, spesso a priori, inefficaci e fonti di sprechi.
Il convegno “Strade Liberate” – tenutosi oggi presso la Triennale di Milano – ha provato a stravolgere questo punto di vista, affermando che studio e ricerca sui temi della marginalità sono necessari per accompagnare azioni concrete di solidarietà. Organizzato dalla Casa della Carità, che da anni ospita e si prende cura di persone che vivono una condizione di disagio a Milano, il convegno ha avuto come relatori principali Benedetto Saraceno, direttore del Dipartimento salute mentale e abuso di sostanze dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e Benito Baranda, membro della Commisione nazionale per il superamento della povertà in Cile.
Saraceno ha ripercorso i passaggi fondamentali che oggi portano a ritenere urgente ripensare alla città e alle sue strade come «istituzione totale». Controllo, violenza, isolamento sociale, abuso e assenza di intimità permeano le relazioni che si instaurano fra i più deboli e la città. Conseguenza di queste dinamiche è la «catalogazione sociale» che oggi identifica alcuni gruppi di persone fin troppo “etichettati” dai mass media: drogati, malati, rom, clandestini, homeless. Secondo Saraceno, esiste una cecità sociale diffusa che non permette di andare oltre l’evidenza per incontrare le altre identità, interpretate da chi oggi vive in condizioni di disagio. Dietro colui che noi chiamiamo “clandestino” o “drogato” si nasconde una persona che è padre, lavoratore (quasi sempre precario o “in nero”), che ha comunque una storia personale fatta di esperienze significative. Saraceno ha sottolineato che è proprio attraverso un processo di “ristoricizzazione” della persona che questa può riprendersi le proprie identità, liberandosi da quelle socialmente “appiccicate” dalla società. Per promuovere attività realmente capaci di risollevare la persona dalla propria condizione di difficoltà, occorre perciò promuovere «l’empowerment del sofferente», cioè rendere la persona protagonista del proprio cambiamento. Nelle società capitalistiche il pensiero dominante ritiene che i comportamenti degli individui siano il risultato di una deliberazione coerente che li porta a massimizzare una funzione-obiettivo. Ne consegue che chi vive in strada è considerato un agente non razionale e fragile, che agisce sotto l’effetto di droga, alcool e malattie mentali. Questo scoraggia dallo studiare il fenomeno e soprattutto disincentiva i responsabili politici dall’attuare politiche di re-inserimento perché ritenute, spesso a priori, inefficaci e fonti di sprechi.Il convegno “Strade Liberate” – tenutosi oggi presso la Triennale di Milano – ha provato a stravolgere questo punto di vista, affermando che studio e ricerca sui temi della marginalità sono necessari per accompagnare azioni concrete di solidarietà. Organizzato dalla Casa della Carità, che da anni ospita e si prende cura di persone che vivono una condizione di disagio a Milano, il convegno ha avuto come relatori principali Benedetto Saraceno, direttore del Dipartimento salute mentale e abuso di sostanze dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e Benito Baranda, membro della Commisione nazionale per il superamento della povertà in Cile.Saraceno ha ripercorso i passaggi fondamentali che oggi portano a ritenere urgente ripensare alla città e alle sue strade come «istituzione totale». Controllo, violenza, isolamento sociale, abuso e assenza di intimità permeano le relazioni che si instaurano fra i più deboli e la città. Conseguenza di queste dinamiche è la «catalogazione sociale» che oggi identifica alcuni gruppi di persone fin troppo “etichettati” dai mass media: drogati, malati, rom, clandestini, homeless. Secondo Saraceno, esiste una cecità sociale diffusa che non permette di andare oltre l’evidenza per incontrare le altre identità, interpretate da chi oggi vive in condizioni di disagio. Dietro colui che noi chiamiamo “clandestino” o “drogato” si nasconde una persona che è padre, lavoratore (quasi sempre precario o “in nero”), che ha comunque una storia personale fatta di esperienze significative. Saraceno ha sottolineato che è proprio attraverso un processo di “ristoricizzazione” della persona che questa può riprendersi le proprie identità, liberandosi da quelle socialmente “appiccicate” dalla società. Per promuovere attività realmente capaci di risollevare la persona dalla propria condizione di difficoltà, occorre perciò promuovere «l’empowerment del sofferente», cioè rendere la persona protagonista del proprio cambiamento. L’esempio del Cile Un esempio vivo ed efficace di questa strategia è venuto dalla testimonianza di Benito Baranda, da anni impegnato in Cile per migliorare la condizione di chi è senza dimora e vive nei quartieri più poveri delle grandi città. La fondazione “Hogar de Cristo”, di cui è presidente, si adopera perché i primi centri di accoglienza per bambini e famiglie disagiate siano proprio le case in cui vivono. In questo modo essi diventano protagonisti e artefici del proprio futuro. Baranda ha concluso il suo intervento sottolineando che, per cambiare le persone e la loro condizione di vita, è necessario, innanzitutto, cambiare lo «sguardo» delle persone che vivono intorno a loro, nonché dei media e delle istituzioni politiche e sociali.Il convegno ha poi offerto interessanti spunti di riflessione sulle strade percorribili in città per migliorare le condizione di solitudine, abbandono e discriminazione di chi vive ai margini delle strade. Al termine don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità, ha sottolineato che il disagio della strada è un problema che incide notevolmente sulla vivibilità di Milano. Una sfida, ha ricordato,da cui «nessuno può tirarsi fuori. Non abbiamo soluzioni infallibili, ma siamo in continua ricerca».

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