Il peggio è passato? La crisi non autorizza esagerati ottimismi

di Gianni BORSA
Redazione

Attorno a questa crisi economica i conti non tornano. Autorevoli fonti istituzionali, governative e di livello internazionale si sforzano di raccontarci che «il peggio è passato», accompagnando tali affermazioni con dati e tabelle non proprio convincenti.
Per esempio, la Commissione europea ha di recente pubblicato le Previsioni intermedie, accolte come la conferma che la recessione si sta eclissando e che il 2010 dovrebbe essere l’anno della “ripresa”. Lo stesso documento indica però che il 2009 si chiuderà per l’Ue27 con un secco -4% per quanto riguarda il Prodotto interno lordo: una cifra che, letta fuori da un quadro di crisi, risulterebbe drammatica.
Gli esperti della Commissione segnalano peraltro che le economie dei principali Paesi europei sono sostanzialmente ferme sotto il profilo degli investimenti, dei consumi interni e delle esportazioni, mentre rimane altissimo il rischio di una deriva dei conti pubblici, con ciò che ne consegue sul versante del costo economico e sociale in presenza di bilanci statali fuori controllo. Sempre nei giorni scorsi la Banca centrale europea e più ancora l’Ocse hanno sostenuto che stiamo uscendo dal tunnel recessivo, salvo sottolineare che la disoccupazione è in aumento e che nei prossimi mesi milioni di posti di lavoro saranno a rischio. Come si può dunque ritenere che la crisi è alle spalle se, alla fine, resteranno sul campo di battaglia aziende chiuse, milioni di lavoratori espulsi dai processi produttivi e altrettante famiglie ridotte sul lastrico o comunque costrette a vivere con un reddito decurtato?
I quesiti potrebbero inoltre riguardare il futuro occupazionale dei giovani, lo sviluppo dei Paesi poveri in un’economia globale in contrazione (i più deboli pagano sempre un prezzo più elevato), la reale regolazione dei mercati finanziari per metterci al riparo da nuovi tracolli di Borse e banche…
I leader dei G20, che si sono dati appuntamento a Pittsburgh il 24 e 25 settembre, devono sciogliere alcuni di questi nodi, tenendo conto di almeno due elementi. Il primo riguarda la doverosa prudenza nel valutare lo stato della crisi, anche per rispetto di chi ne subisce le pesanti conseguenze. Il secondo suggerisce qualche riflessione in più attorno alle modalità più appropriate per misurare lo “sviluppo” (ne ha parlato il presidente francese Sarkozy, ma è un tema dibattuto da tempo dagli economisti e persino nelle sedi istituzionali Ue), andando oltre il Pil e rimettendo al centro dell’economia l’uomo, il benessere individuale e delle famiglie, la coesione sociale, la sostenibilità ambientale, nonché la condivisione internazionale delle risorse planetarie. Attorno a questa crisi economica i conti non tornano. Autorevoli fonti istituzionali, governative e di livello internazionale si sforzano di raccontarci che «il peggio è passato», accompagnando tali affermazioni con dati e tabelle non proprio convincenti.Per esempio, la Commissione europea ha di recente pubblicato le Previsioni intermedie, accolte come la conferma che la recessione si sta eclissando e che il 2010 dovrebbe essere l’anno della “ripresa”. Lo stesso documento indica però che il 2009 si chiuderà per l’Ue27 con un secco -4% per quanto riguarda il Prodotto interno lordo: una cifra che, letta fuori da un quadro di crisi, risulterebbe drammatica.Gli esperti della Commissione segnalano peraltro che le economie dei principali Paesi europei sono sostanzialmente ferme sotto il profilo degli investimenti, dei consumi interni e delle esportazioni, mentre rimane altissimo il rischio di una deriva dei conti pubblici, con ciò che ne consegue sul versante del costo economico e sociale in presenza di bilanci statali fuori controllo. Sempre nei giorni scorsi la Banca centrale europea e più ancora l’Ocse hanno sostenuto che stiamo uscendo dal tunnel recessivo, salvo sottolineare che la disoccupazione è in aumento e che nei prossimi mesi milioni di posti di lavoro saranno a rischio. Come si può dunque ritenere che la crisi è alle spalle se, alla fine, resteranno sul campo di battaglia aziende chiuse, milioni di lavoratori espulsi dai processi produttivi e altrettante famiglie ridotte sul lastrico o comunque costrette a vivere con un reddito decurtato?I quesiti potrebbero inoltre riguardare il futuro occupazionale dei giovani, lo sviluppo dei Paesi poveri in un’economia globale in contrazione (i più deboli pagano sempre un prezzo più elevato), la reale regolazione dei mercati finanziari per metterci al riparo da nuovi tracolli di Borse e banche…I leader dei G20, che si sono dati appuntamento a Pittsburgh il 24 e 25 settembre, devono sciogliere alcuni di questi nodi, tenendo conto di almeno due elementi. Il primo riguarda la doverosa prudenza nel valutare lo stato della crisi, anche per rispetto di chi ne subisce le pesanti conseguenze. Il secondo suggerisce qualche riflessione in più attorno alle modalità più appropriate per misurare lo “sviluppo” (ne ha parlato il presidente francese Sarkozy, ma è un tema dibattuto da tempo dagli economisti e persino nelle sedi istituzionali Ue), andando oltre il Pil e rimettendo al centro dell’economia l’uomo, il benessere individuale e delle famiglie, la coesione sociale, la sostenibilità ambientale, nonché la condivisione internazionale delle risorse planetarie.

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