Stefano Cucchi e Diana Blefari: due casi diversi, una fine tragica per entrambi. Parla il cappellano di Rebibbia

a cura di Patrizia CAIFFA
Redazione

Due vicende drammatiche, molto diverse, accomunate però dall’ingresso nel mondo del carcere, stanno scuotendo in questi giorni l’opinione pubblica: la morte in circostanze poco chiare di Stefano Cucchi, romano di 31 anni arrestato perché in possesso di 20 grammi di hashish e 2 di cocaina, e il suicidio a Rebibbia della brigatista Diana Blefari, che soffriva da tempo di gravi problemi psichici. Abbiamo chiesto un parere a don Sandro Spriano, cappellano della sezione maschile del carcere romano di Rebibbia.

Cosa emerge da questi due fatti drammatici?
Sono situazioni che fanno capire il disagio enorme che viviamo nei penitenziari, sia per quanto riguarda la sanità, sia per quanto riguarda la scarsa attenzione della politica nei confronti delle persone detenute. Tutto ciò rientra nella mancanza di interventi, risorse umane e finanziarie sul carcere. Chi ci lavora lo fa con tanta buona volontà ma manca una politica che legiferi in maniera più saggia. Questi detenuti non sono numeri, ma persone ammassate nelle celle. Purtroppo non sono soggetti interessanti per quasi nessuno, compresi noi cristiani.

Che idea si è fatto della vicenda del giovane Cucchi?
La morte di Stefano Cucchi forse si poteva evitare. Siamo di fronte a un giovane di 31 anni che viene arrestato e perde la vita in una situazione in cui nessuno vuole spiegare cosa sia successo. Questo significa che non si trattano i detenuti come persone. Non ho elementi per dire se sia stato picchiato e da chi. Però sicuramente è arrivato in ospedale in condizioni serie. Bisogna capire se c’è qualcuno che ha la colpa di averlo ridotto in quello stato, e se i medici hanno fatto il possibile per comprendere la gravità della situazione.

Come vigilare di più per prevenire gli abusi?
Con le modalità che già usiamo negli ambienti carcerari, dove cerchiamo di dialogare e rafforzare la nostra presenza per essere anche una sorta di “sentinella” nei confronti di chi ha la responsabilità della custodia e della sicurezza. In questo modo molti arrivano a capire che il detenuto è una persona e non un numero. Poi sarebbe necessario un sussulto di attenzione per impedire che la legislazione vigente – presentata come il mezzo per perseguire la sicurezza – vada a favorire sempre più l’ingresso in carcere dell’emarginazione sociale (tossicodipendenti, recidive nei reati…). Non si vuole capire che in questo modo usciranno dalle carceri persone con una maggiore volontà e capacità di delinquere.

E sul problema dei suicidi in carcere? Il caso di Diana Blefari ha fatto scalpore…
Non conosco tutti i particolari della vicenda perché non mi occupo della sezione femminile di Rebibbia. Ma non mi sento di attribuire le responsabilità a una mancata sorveglianza da parte del carcere. Mentre la legge stabilisce che chi è malato è incompatibile con il carcere, nulla è previsto per chi ha problemi psichici, se non l’ospedale psichiatrico giudiziario. Anche qui bisognerebbe intervenire sulla legislazione: chi ha problemi di carattere psichico – e sono tantissimi – non viene tutelato, perché la legge non prevede benefici. È impensabile tenere in carcere persone con malattie psichiche così gravi, pretendendo che agenti, volontari, educatori, direttori, sappiano sostenerli. O si pensano per loro strutture e leggi che prevedano cure serie, oppure avvengono questi fatti. Di certo non è colpevole il carcere, che non ha né la funzione, né le competenze per curare i malati psichici.

Si parla di 61 suicidi in carcere nell’anno in corso. Cosa ci dicono questi dati?
Contare i suicidi è solo una statistica. Sono numeri altissimi, ma anche i detenuti sono aumentati (più di 65 mila). Se guardo la mia piccola esperienza di Roma non mi sembrano aumentati. Ma è ovvio che se si mettono in carcere le persone per motivi a volte banali, in una situazione di dolore e di deprivazione – mentre tutti immaginano che in carcere si mangia, si beve e si guarda la tv – è evidente che ci si trova in una situazione limite, di rischio per la vita.

Come risolvere i tanti problemi del carcere?
In questo senso non si vede nessuno spiraglio. Attualmente si pensa solo alla possibilità di costruire qualche nuovo carcere, ma si sa che ci vorrebbero almeno dieci anni, mentre i detenuti aumentano ogni mese dalle 800 alle mille unità. Tra dieci anni quel nuovo carcere non sarebbe più utile a nessuno. Poi sono aumentate le leggi che prevedono il carcere o l’aumento della pena: è stato reinserito il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, chi maltratta i cani viene incarcerato, chi è clandestino, chi non ottempera all’obbligo di espulsione, chi detiene sostanze stupefacenti in modiche quantità… Anni fa non c’erano queste situazioni. Bisogna mettersi in testa che il carcere non risolve i problemi della sicurezza. Secondo me anziché punire sarebbe più giusto “interdire” i comportamenti che riteniamo illegali: ad esempio, se qualcuno compie un reato allo stadio si vieta l’ingresso allo stadio per dieci anni; se ruba si impedisce di fare la professione in cui rubava… Due vicende drammatiche, molto diverse, accomunate però dall’ingresso nel mondo del carcere, stanno scuotendo in questi giorni l’opinione pubblica: la morte in circostanze poco chiare di Stefano Cucchi, romano di 31 anni arrestato perché in possesso di 20 grammi di hashish e 2 di cocaina, e il suicidio a Rebibbia della brigatista Diana Blefari, che soffriva da tempo di gravi problemi psichici. Abbiamo chiesto un parere a don Sandro Spriano, cappellano della sezione maschile del carcere romano di Rebibbia.Cosa emerge da questi due fatti drammatici?Sono situazioni che fanno capire il disagio enorme che viviamo nei penitenziari, sia per quanto riguarda la sanità, sia per quanto riguarda la scarsa attenzione della politica nei confronti delle persone detenute. Tutto ciò rientra nella mancanza di interventi, risorse umane e finanziarie sul carcere. Chi ci lavora lo fa con tanta buona volontà ma manca una politica che legiferi in maniera più saggia. Questi detenuti non sono numeri, ma persone ammassate nelle celle. Purtroppo non sono soggetti interessanti per quasi nessuno, compresi noi cristiani.Che idea si è fatto della vicenda del giovane Cucchi?La morte di Stefano Cucchi forse si poteva evitare. Siamo di fronte a un giovane di 31 anni che viene arrestato e perde la vita in una situazione in cui nessuno vuole spiegare cosa sia successo. Questo significa che non si trattano i detenuti come persone. Non ho elementi per dire se sia stato picchiato e da chi. Però sicuramente è arrivato in ospedale in condizioni serie. Bisogna capire se c’è qualcuno che ha la colpa di averlo ridotto in quello stato, e se i medici hanno fatto il possibile per comprendere la gravità della situazione.Come vigilare di più per prevenire gli abusi?Con le modalità che già usiamo negli ambienti carcerari, dove cerchiamo di dialogare e rafforzare la nostra presenza per essere anche una sorta di “sentinella” nei confronti di chi ha la responsabilità della custodia e della sicurezza. In questo modo molti arrivano a capire che il detenuto è una persona e non un numero. Poi sarebbe necessario un sussulto di attenzione per impedire che la legislazione vigente – presentata come il mezzo per perseguire la sicurezza – vada a favorire sempre più l’ingresso in carcere dell’emarginazione sociale (tossicodipendenti, recidive nei reati…). Non si vuole capire che in questo modo usciranno dalle carceri persone con una maggiore volontà e capacità di delinquere.E sul problema dei suicidi in carcere? Il caso di Diana Blefari ha fatto scalpore…Non conosco tutti i particolari della vicenda perché non mi occupo della sezione femminile di Rebibbia. Ma non mi sento di attribuire le responsabilità a una mancata sorveglianza da parte del carcere. Mentre la legge stabilisce che chi è malato è incompatibile con il carcere, nulla è previsto per chi ha problemi psichici, se non l’ospedale psichiatrico giudiziario. Anche qui bisognerebbe intervenire sulla legislazione: chi ha problemi di carattere psichico – e sono tantissimi – non viene tutelato, perché la legge non prevede benefici. È impensabile tenere in carcere persone con malattie psichiche così gravi, pretendendo che agenti, volontari, educatori, direttori, sappiano sostenerli. O si pensano per loro strutture e leggi che prevedano cure serie, oppure avvengono questi fatti. Di certo non è colpevole il carcere, che non ha né la funzione, né le competenze per curare i malati psichici.Si parla di 61 suicidi in carcere nell’anno in corso. Cosa ci dicono questi dati?Contare i suicidi è solo una statistica. Sono numeri altissimi, ma anche i detenuti sono aumentati (più di 65 mila). Se guardo la mia piccola esperienza di Roma non mi sembrano aumentati. Ma è ovvio che se si mettono in carcere le persone per motivi a volte banali, in una situazione di dolore e di deprivazione – mentre tutti immaginano che in carcere si mangia, si beve e si guarda la tv – è evidente che ci si trova in una situazione limite, di rischio per la vita.Come risolvere i tanti problemi del carcere?In questo senso non si vede nessuno spiraglio. Attualmente si pensa solo alla possibilità di costruire qualche nuovo carcere, ma si sa che ci vorrebbero almeno dieci anni, mentre i detenuti aumentano ogni mese dalle 800 alle mille unità. Tra dieci anni quel nuovo carcere non sarebbe più utile a nessuno. Poi sono aumentate le leggi che prevedono il carcere o l’aumento della pena: è stato reinserito il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, chi maltratta i cani viene incarcerato, chi è clandestino, chi non ottempera all’obbligo di espulsione, chi detiene sostanze stupefacenti in modiche quantità… Anni fa non c’erano queste situazioni. Bisogna mettersi in testa che il carcere non risolve i problemi della sicurezza. Secondo me anziché punire sarebbe più giusto “interdire” i comportamenti che riteniamo illegali: ad esempio, se qualcuno compie un reato allo stadio si vieta l’ingresso allo stadio per dieci anni; se ruba si impedisce di fare la professione in cui rubava…

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