In attesa del vertice dei 27 a Bruxelles (15-16 ottobre), il recente summit del G4 a Parigi ha certificato l'esistenza nell'Ue di Paesi di "serie A" e di "serie B"


Redazione

10/10/2008

di Gianni BORSA

Il 15 e 16 ottobre i leader dei ventisette Stati membri si riuniranno a Bruxelles per valutare la situazione del Trattato di Lisbona, ovvero il documento-quadro dell’Ue che prevede la riforma delle istituzioni comunitarie, resa necessaria dai recenti allargamenti della “casa comune”.

Tale Trattato, firmato nella capitale portoghese giusto un anno fa, sarebbe dovuto entrare in vigore il 1° gennaio 2009, in vista delle elezioni dell’Europarlamento del giugno successivo. I leader politici europei avevano salutato con enfasi il nuovo articolato, che avrebbe preso il posto della fallita Costituzione, assegnandogli il compito taumaturgico di accelerare il processo di integrazione politica e consentendo all’Unione di raggiungere risultati concreti per il benessere dei cittadini.

Proprio all’insegna dell’“Europa dei risultati” si è proceduto quest’anno a quasi tutte le ratifiche necessarie per il via libera al Trattato, salvo il fatto che gli elettori irlandesi (l’1% del totale Ue) hanno bocciato il testo mediante referendum, rispedendolo al mittente. Nonostante la caparbia diplomazia del presidente francese Nicolas Sarkozy, che si era imposto di risolvere l’empasse nel semestre della sua presidenza Ue, la prossima settimana a Bruxelles sarà lo stesso Sarkozy a rimettere la spada nel fodero.

Il suo recente incontro con il premier di Dublino, Brian Cowen, è servito solo a determinare che per il momento l’Irlanda non è in grado di esprimere un sì al Trattato; pertanto salta la data del 1° gennaio prossimo e quasi certamente 500 milioni di elettori europei andranno alle urne il 4-7 giugno 2009 con le vecchie regole e la “vecchia Europa” definita con il Trattato di Nizza. Un brutto colpo, che rischia di tener lontani i cittadini dai seggi elettorali.

Sarkozy spera almeno di giungere a un accordo “fra galantuomini” durante il summit successivo, a dicembre, che ribadisca l’impegno a concludere le ratifiche del Trattato, magari entro il 2010, per poi arrivare alla sua effettiva entrata in vigore.

In realtà, dopo il referendum irlandese qualche voce aveva fatto balenare la possibilità, in caso di rifiuto o impossibilità di uno Stato a ratificare l’accordo di Lisbona, di procedere a “due velocità”: dando vita cioè a un nucleo di Paesi che intendono imprimere maggior vigore all’integrazione comunitaria, lasciando liberi gli altri Stati di procedere con “prudenza”. Ma su questa ipotesi s’era gridato allo scandalo, manifestando dura opposizione a un’Europa dalla “geografia variabile”.

A questo punto occorre domandarsi il significato del cosiddetto “G4”, ovvero la riunione dei leader di Francia, Germania, Regno Unito e Italia, svoltasi a Parigi il 4 ottobre, con i responsabili delle istituzioni Ue (Commissione, Eurogruppo, Bce) invitati al tavolo dei “grandi” d’Europa intenti a discutere le possibili azioni di contrasto alla crisi dei mercati finanziari mondiali.

Una riunione che in realtà ha prodotto modesti esiti operativi, ma che ha sancito l’esistenza nell’Ue di Paesi di “serie A” e altri di “serie B”, con tanto di certificazione comunitaria. Nessun “nucleo rafforzato” sul versante politico, ma un “direttorio” per l’economia sì. Strana, questa Europa.

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