«...la scoperta della violenza è stata la mia rovina...»


Redazione

29/02/2008

di Franco TASSONE
responsabile di unità della Comunità “Casa del Giovane” di Pavia

All’inizio dell’anno scolastico in corso, ad alcuni bulletti che avevano minacciato i loro compagni, alcune scuole dell’ hinterland milanese hanno fatto “scontare” giorni di lavoro in comunità presso la “Casa del Giovane” di Pavia, fondata da don Enzo Boschetti e operante da oltre quarant’anni nel tessuto sociale ed ecclesiale del territorio.

Alcune parrocchie pavesi hanno promosso una collaborazione tra scuola-parrocchia-comunità e hanno impegnato i protagonisti di atti di bullismo in un percorso di lavoro e di rieducazione, molto positiva e soddisfacente sia per le vittime che per i colpevoli. Ne sono nati anche alcuni incontri-testimonianza, che hanno visto la partecipazione di adolescenti e preadolescenti.

Tra loro, il 33% ha dichiarato di essere vittime ricorrenti del bullismo; il 42% ha affermato di aver subito violenze verbali; il 27% ha riferito atti di bullismo in aula; il 32% ha confermato di aver subito atti di violenza in strada; infine, il 22% della fascia di età sotto i 14 anni ha rivelato di aver ricevuto violenza fisica diretta.

Tra le testimonianze, particolarmente significativa e per questo motivo di grande interesse è stata quella di Vincenzo, un “ex bullo” da otto anni in regime di semilibertà alla “Casa del Giovane”, che ha descritto la drammaticità di certe condotte che portano a un percorso di solitudine e di violenza.

«Ho scoperto la violenza a causa di mio fratello – ha raccontato Vincenzo -. Abbiamo un anno di differenza. Siamo arrivati nel Veronese dalla Sicilia all’età di cinque o sei anni. Ci chiamavano “terroni” e questo scatenava in me una rabbia furibonda. Per me era un’offesa grave, per lui no. Tutte le volte che andavano addosso a mio fratello, io saltavo dentro e le prendevamo. Allora ho scoperto che, prendendo in mano un sasso e colpendo sulla testa un compagno, tutti gli altri si allontanavano. Si è creato un varco: nessuno più si avvicinava, nessuno più ci chiamava “terroni”, nessuno più ci offendeva. C’era solo paura, terrore».

«Quella scoperta è stata la mia rovina – ha proseguito Vincenzo -. Facevo il prepotente con le maestre e i compagni, cercavo di metterli sotto… Alle medie il livello di scontro si è alzato: sono diventato davvero il “diverso” in classe, a scuola, in famiglia e in strada e la diversità è diventata una difesa, una giustificazione. La colpa era sempre degli altri. Bruciarmi è stata questione di un attimo e improvvisamente mi si sono aperte le porte del carcere minorile. Oggi il bullo ha tutele addirittura istituzionali, difficilmente finisce in carcere: l’assenza dei genitori e degli insegnanti diventa una delega a proteggerlo. Ecco perché non si brucia come è successo a me».

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