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Tibet: il Papa e il «dolore di un padre»

Al termine dell'udienza del mercoledì in Vaticano, Benedetto XVI ha lanciato un appello al dialogo e alla tolleranza: di fronte al dolore e alla sofferenza, l'invito a «unirsi nella preghiera». L'apprezzamento dei buddhisti italiani

5 Giugno 2008

19/03/2008

«Seguo con grande trepidazione le notizie che in questi giorni giungono dal Tibet. Il mio cuore di Padre sente tristezza e dolore di fronte alla sofferenza di tante persone». Queste le parole pronunciate stamane in Vaticano da Benedetto XVI al termine della consueta udienza del mercoledì. «Il mistero della passione e morte di Gesù, che riviviamo in questa Settimana Santa – ha proseguito il Papa -, ci aiuta a essere particolarmente sensibili alla loro situazione».

Il Papa ha quindi lanciato un appello: «Con la violenza non si risolvono i problemi, ma solo si aggravano. Vi invito a unirvi a me nella preghiera. Chiediamo a Dio onnipotente, fonte di luce, che illumini le menti di tutti e dia a ciascuno il coraggio di scegliere la via del dialogo e della tolleranza».

L’appello è stato apprezzato dai buddhisti italiani. «Il popolo tibetano – ha dichiarato il presidente dell’Unione buddhista italiana Giorgio Raspa – è all’epilogo di una situazione difficilissima. L’appello del Papa arriva in un momento in cui anche il Dalai Lama ha fatto delle dichiarazioni forti in favore della non violenza, deciso a far valere l’arma del dialogo per risolvere una situazione conflittuale. Le richieste del Dalai Lama sono state avvalorate dalla sua disponibilità a lasciare la guida di massima autorità tibetana pur di far cessare le violenze. Credo che il Papa abbia apprezzato questo atteggiamento».

«La popolazione tibetana è assolutamente disperata – ha sottolineato Raspa -. Per cui sapere che c’è una solidarietà internazionale li rafforza nella loro determinazione. 4/5 milioni di persone sono niente rispetto alla Cina. È polvere sugli abiti dei governati cinesi. Polvere che si può scuotere con manovre che non costano nulla e senza farsene accorgere. Quindi anche solo il fatto di lanciare un appello e ricordare con fermezza che la popolazione tibetana chiede rispetto delle proprie origini culturali e religiose, è fondamentale».

«Chiediamo – ha detto ancora Raspa – una mobilitazione generale perché il dramma del popolo tibetano non sia dimenticato. Il dramma del Tibet è il dramma della estinzione di una cultura preziosa perché contiene al suo interno il messaggio della non violenza e della coesistenza pacifica. Dimenticare il Tibet o anche solo relegarlo a una sorta di vezzo new age è assolutamente ingeneroso e significa mettere una pietra tombale su questo popolo».