È la differenza - dal colore della pelle a motivi di disabilità - il fattore scatenante dei ripetuti episodi di aggressività che si verificano tra giovani e giovanissimi. Due nodi da affrontare: la ritrosia delle vittime a parlarne e la tendenza dei responsabili a dare pubblicità alle loro gesta attraverso i "new media". L'antidoto sta in un codice etico riconosciuto che interpella per primi i genitori


Redazione

04/07/2008

di Andrea CASAVECCHIA

È triste costatare che la violenza verbale o fisica fa parte della quotidianità dei nostri figli e verificare che il 35,6% subisce provocazioni e prese in giro, il 27,8% offese immotivate, il 19% brutti scherzi e che il 12% si sente emarginato dagli altri.

Fa anche male sapere che la scintilla principale di queste “azioni aggressive e ripetute” (così si definisce il bullismo in termine tecnico) èla differenza: infatti i fattori scatenanti sono il colore della pelle (42%), l’abbigliamento (35%), i motivi di disabilità (32%).

Questi dati ci mostrano come i nostri giovani guardino molto all’apparenza e si fermino lì, per tracciare un confine tra chi può essere del “gruppo” e invece quello che se ne deve andare o, peggio, ancora può essere oggetto di soprusi perché è diverso.

Inoltre un’indagine, condotta in Italia da Eurispes e Telefono Azzurro, racconta che circa il 33% dei bambini e degli adolescenti tra i 7 e i 19 anni ha subito atti di bullismo.

Ci sono due nodi cruciali da affrontare se si vuole combattere il fenomeno. Il primo riguarda la difficoltà dei minori a parlare delle offese e dell’isolamento di cui sono oggetto con persone adulte: soltanto il 18,9% si rivolge a un maggiorenne.

Un problema a detta degli esperti cronico che, però, cela la grave mancanza di relazione tra le generazioni. Questi giovani non si fidano, oppure ritengono che i “grandi” siano impotenti rispetto ai loro problemi.

Le vittime si sentono sole: ci si chiede, allora, quanto tempo viene dedicato specialmente in famiglia al dialogo e al confronto tra genitori e figli. Quanta attenzione viene prestata agli atteggiamenti, a piccoli gesti spesso indicatori di difficoltà inespresse.

Ma la frattura del dialogo tra le generazioni coinvolge tutte le agenzie educative, dalla scuola alla parrocchia, dalle associazioni ai variegati centri di sport. Tutti hanno il dovere di aprire gli occhi. Combattere i bulli significa gettare le basi per costruire una società dove sia riconosciuta la dignità di tutti gli uomini nel riconoscimento della differenza di ognuno.

Il secondo elemento riguarda la capacità degli aggressori di essere invasivi. Si apre una nuova frontiera del bullismo negli sms, nei video e nelle foto “messaggiati”. Sono tanti i modi per perseguitare e umiliare i “bersagli”. Gli episodi di sopraffazione non si limitano soltanto a un momento preciso, ma vengono immortalati come trofei. Così da rendere evidente la propria forza.

Si conferma che i giovani riescono a intuire le potenzialità dei nuovi media con una straordinaria facilità, ma ogni abilità – se non educata al bene – può diventare un’arma pericolosa. Questo secondo elemento ci stimola a ripensare luoghi adeguati, perché lo spazio virtuale, come un corridoio della scuola diventa un “non luogo” dove non ci sono regole, dove non ci sono comportamenti formalizzati e ognuno può creare la sua “legge”.

Per ridurre le pratiche di bullismo che in questo periodo stanno crescendo sistematicamente occorre ripensare ai ruoli educativi che non potranno essere soltanto normativi, emozionali o istruttivi, ma dovranno essere capaci di creare un habitat di accompagnamento costante: “un codice etico riconosciuto”.

Il primo impegno spetta agli adulti, che devono essere disposti e attenti all’ascolto, che devono saper essere padri e madri in carne e ossa, compromettendosi in prima persona e non demandando a qualcun altro.

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