Moltissimi hanno perso il loro impiego, mentre adulti e anziani sono stati trattenuti. Una moltitudine di precari prodotta dalla difficoltà, strutturale per il nostro Paese, d’inserirsi nel mondo lavorativo

di Andrea CASAVECCHIA

lavoro

Sembra che si stia voltando pagina e, dopo la bufera economico-finanziaria, si prepari una brezza leggera di ripresa. In questo tempo sospeso, se ci girassimo intorno, potremmo incrociare lo sguardo di chi ha subito più danni. A pagare lo scotto maggiore sono i giovani, che pagano la difficoltà, strutturale per il nostro Paese, d’inserirsi nel mondo lavorativo.

Lo confermano alcune indicazioni emerse da una ricerca su La composizione sociale dopo la crisi. Protagonisti ed esclusi dalla ripresa, presentata di recente dal Censis. Tra il 2007 e il 2014 sono andati persi 615 mila posti di lavoro. Quando si scompone per età il dato numerico scopriamo che il crollo è nella fascia giovanile: tra i 15 e i 34 anni hanno perso il lavoro oltre 2 milioni di ragazzi, mentre tra gli over 45 le differenze sono positive. Insomma nel mercato del lavoro dopo la crisi i giovani sono stati espulsi, mentre gli adulti e gli anziani sono stati trattenuti e hanno incrementato numericamente, non solo in percentuale, la loro presenza.

Per i giovani, all’espulsione dal mondo del lavoro regolare, si aggiunge una seconda debolezza: l’avvitamento nella precarietà. La diffusione dell’occupazione temporanea tra gli under 30 – svela la ricerca – si colloca attorno al 35%, contro l’11,6% di media. Tra gli assunti il peso dei temporary worker è cresciuto in 4 anni del 12,7%. Per avere un’idea del peso del contratto a termine si consideri che riguarda quasi il 70% dei giovani neo-occupati.

La gravità della condizione precaria si comprende se consideriamo due aspetti: da un lato aumentano i contratti a durata breve e brevissima per intendersi quelli di due mesi e quelli tra i 3 e i 5 mesi (che riguardano rispettivamente il 18,9% e il 27,9% dei giovani). Dall’altro lato crolla la transizione verso il contratto a tempo indeterminato: mentre nel 2007 il 25% passava da una situazione precaria a una situazione stabile, sei anni dopo, la quota è del 18,5%.

In questa situazione non stupisce verificare che quasi un milione di giovani non riesce a coprire con il proprio reddito le sue spese mensili. Il Censis afferma che finora l’aiuto è arrivato dalle loro famiglie. Su 4,4 milioni di giovani che vivono da soli o in coppia più della metà riceve un aiuto economico.

Un piccolo sostegno all’inserimento lavorativo invece proviene dal livello d’istruzione. Sebbene non si trovi la ricchezza con la laurea, i dati mostrano che, quando si ha un basso titolo di studio, «la trappola della precarietà scatta con molta maggiore frequenza».

Speriamo che l’introduzione del Jobs Act possa aiutare ad alleviare la diffusione della precarietà, però non bisogna nascondersi che il pericolo di una diffusione del lavoro sommerso è vicino, come hanno ribadito diversi interventi durante la presentazione della ricerca.

 

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