Il nuovo libro di Silvio Mengotto racconta episodi di coraggio e ottimismo che invitano a conoscere e incontrare la realtà delle famiglie nomadi al di là dei pregiudizi e dei facili stereotipi.

Mengotto Paoline Sole di periferia

Sole di periferia è il titolo del nuovo libro di Silvio Mengotto, pubblicato dalle Paoline. Un libro che racconta le famiglie rom: storie di coraggio e ottimismo che invitano a conoscere e incontrare una “periferia esistenziale” difficile e complessa, al di là dei pregiudizi e dei facili stereotipi.

Ci sono “periferie”, soprattutto quelle che s’intrecciano con la nostra quotidianità, dove abitano persone a cui non riusciamo a rivolgere nemmeno uno sguardo, se non di disapprovazione, quando non di disgusto. I rom, sono senz’altro tra questi. La loro esistenza è segnata dal nostro pregiudizio che, nascondendosi dietro fatti innegabili (come i furti, la piccola criminalità ecc.), opera quella generalizzazione che è fonte di ogni razzismo.

«Conoscere e incontrare – dice Giorgio Vecchio nella presentazione al volume – sono dunque di decisiva importanza. La nostra società esercita una violenza sui rom e gli altri gruppi di quelli che comodamente, e spesso spregiativamente, chiamiamo “zingari”. Èuna violenza fatta di sgomberi e di allontanamenti forzati, che si nasconde dietro fatti innegabili – i furti, la piccola criminalità -, ma che a sua volta nasconde un razzismo di fondo: perché quando si attribuisce a un intero gruppo la colpa delle illegalità commesse da qualche suo membro, si compie un’operazione razzista o, se si preferisce, mafiosa. È la logica delle SS e delle mafie: un colpevole, tutto il popolo (o la famiglia, o il paese) è colpevole. Anche in questo le origini le ritroviamo nell’ignoranza, nel pregiudizio, nello stereotipo. Il razzismo, di qualunque tipo esso sia, si combatte con la cultura e con l’educazione. Appunto, conoscere, incontrare, conoscersi».

«Non basta parlare dei rom – dice infatti l’autore -: bisogna parlare con i rom». Insieme al pregiudizio quasi sempre convive il disprezzo. «Spesso gli zingari – dice papa Francesco – si trovano ai margini della società, e a volte sono visti con ostilità e sospetto. Io ricordo tante volte, qui a Roma, quando salivano sul bus alcuni zingari, l’autista diceva: “Attenti ai portafogli”! Questo è disprezzo. Forse sarà vero, ma è disprezzo. Sappiamo che è una realtà complessa, ma certo anche il popolo zingaro è chiamato a contribuire al bene comune, e questo è possibile con adeguati itinerari di corresponsabilità, nell’osservanza dei doveri e nella promozione dei diritti di ciascuno». Compreso quello dei bambini rom alla formazione scolastica.

L’autore cerca di sollevare il velo dell’ignoranza e dello stereotipo, raccontandoci gli avvenimenti milanesi sui rom degli ultimi quindici anni. Attori di questa storia sono maestre, mamme, due cardinali separati nel tempo e uniti nella profezia, volontari senza nome, una sopravvissuta al lager di Bergen-Belsen, ma anche la Casa della carità di don Virginio Colmegna, la Caritas Ambrosiana, la Comunità di Sant’Egidio e Nocetum.

I protagonisti sono i bambini rom di Milano e le loro famiglie. Molti nomi sono inventati, ma le storie sono tutte vere: la leggenda di Sara Kalì, la Madonna nera dei gitani; la storia di Stojka, donna rom sopravvissuta allo sterminio nazista; Sara, paraplegica che vive in una baracca; due giovani violinisti che suonano nell’ambone del Duomo; la piccola Sciakira che regala i suoi biscotti; il cardinale Dionigi Tettamanzi tra i bambini del campo rom di Triboniano; l’autodidatta Marius che impara a scrivere e trova lavoro; Eduard che oggi frequenta il Conservatorio e ha suonato davanti al presidente della Repubblica; la giovane Rebecca ragazza rom e studentessa al liceo artistico Boccioni di Milano, oltre a suonare il violino dipinge quadri per venderli sul Naviglio. La suggestiva copertina del libro riproduce un suo quadro.

«Il libro di Silvio – dice Flaviana Robbiati nella postfazione – prende per mano e accompagna il lettore in un viaggio che forse non farà mai con i propri piedi, le proprie orecchie, gli occhi e il proprio cuore. Così ci si ritrova dentro dialoghi raccontati come se fosse lì, si spera che per i rom prigionieri nei campi di sterminio ci possa essere un finale diverso, si condivide con fatica il sorriso di una ragazzina che sembra non vedere fino in fondo la propria dolorosa situazione. Si entra nelle baracche, ci si unisce al popolo rom nelle sue tradizioni, si ascoltano storie, e alla fine del viaggio, guardando i pensieri che abitavano in noi prima di leggere questo libro, ci si rende conto che qualcosa è cambiato».

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