Con "Preferivo le cipolle" il giornalista Giorgio Bernardelli, con serietà ma anche con ironia, affronta alcuni pregiudizi che possono preoccupare i pellegrini che si apprestano a visitare Gerusalemme e dintorni.

Preferivo_le_cipolle

«Andare a Gerusalemme? E perché? Non potremmo andare piuttosto una settimana a Miami?». Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione, ama il Medio Oriente e in particolare Gerusalemme, che racconta nel blog La porta di Jaffa sulla testata Terrasanta.net. A Israele e Palestina ha dedicato alcuni libri. Quest’ultimo, pubblicato da Edizioni Terra Santa, è particolare e ogni viaggiatore del sacro – leggasi pellegrino – e ogni viaggiatore in generale – perché siamo tutti pellegrini, consapevoli o inconsapevoli – dovrebbe leggerlo. Preferivo le cipolle. Dieci obiezioni (da sfatare) a un viaggio in Terra Santa (Edizioni Terra Santa, 127 pagine, 14 euro).

Il titolo ha un riferimento biblico, alla lamentela del popolo ebraico in fuga dall’Egitto. «Non è così strano pensare all’Esodo di Israele dall’Egitto come al primo grande pellegrinaggio in Terra Santa», spiega l’autore che nel libro affronta alcuni pregiudizi sulla Terra Santa. E i pregiudizi su quella terra sono davvero tanti. Bernardelli si propone un intento molto semplice: rispondere in modo ironico, ma informato, sui luoghi comuni in circolazione sulla Terra Santa che scoraggiano i pellegrini e che invece non hanno proprio nulla a che fare con la realtà che si incontra davvero in Israele e in Palestina. Fa troppo caldo; si va in un Paese sottosviluppato; ci sono solo tante chiese; c’è la guerra; gli ebrei non sono ospitali; gli arabi sono violenti; anche i cristiani litigano; si viaggia sul cammello; si parlano lingue incomprensibili; chissà che cosa si mangia…

Oltre a questo, c’è un’altra piccola ambizione: provare a far riflettere anche chi in Terra Santa ci va più che volentieri, perché questa non è una meta come tutte le altre. Sfatando i preconcetti, emerge il ritratto, eseguito con serietà e tanta sana ironia, di una terra dai volti sorprendenti, che spiazza e affascina il viaggiatore. «Perché non c’è proprio niente di male ad avere dei dubbi prima di mettersi in viaggio per Gerusalemme», osserva l’autore. «Firmavit faciem suam», così la Vulgata (la versione latina della Bibbia) descriveva l’atteggiamento di Gesù quando decise di intraprendere la strada che lo avrebbe portato fino alla Città Santa per la sua Pasqua (Luca 9,51). È un versetto che il cardinale Carlo Maria Martini qualche anno fa ci ha insegnato a cogliere in tutta la sua profondità e che la nuova edizione italiana della Bibbia non a caso traduce con le parole «prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme».

A far davvero paura non è tanto chi solleva domande su un viaggio in Terra Santa, ma chi parte col volto troppo disteso. Persino i luoghi della vita di Gesù, infatti, si possono consumare, come tutto il resto. Si può passare di lì semplicemente per dire: li ho visti, ho fatto anche questo. Aggiungere una galleria alla collezione di selfie scattati in posti esotici, oppure alle devozioni vissute come i punti da raccogliere sulla fidelity card.

No, un incontro vero con Gerusalemme è tutt’altra cosa. A Gerusalemme si va non per vedere posti o per celebrare riti o solo per assistervi: c’è anche questa dimensione, ma più importante ancora è l’aiuto che questa esperienza può dare nell’assegnare il giusto valore alle cose. Così conclude l’autore: «Lascia perdere attentati, botte di calore o incidenti; l’unico pericolo vero che corri andando in giro per una settimana tra Nazaret, Betlemme e Gerusalemme è che Dio si faccia vivo nella tua vita». E se qualcuno pensasse: «Non è un posto che fa per me», ecco la risposta: «Tu comincia a leggere. Poi si vedrà».

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