Dopo l'intervento di restauro, un grande dipinto degli inizi del Novecento svela oggi la sua complessa simbologia, legata al tema della Crocifissione e della Redenzione, ma anche alle vicende storiche attorno al Lazzaretto.

di Luca FRIGERIO

San Gregorio

Se non conoscete la chiesa di San Gregorio Magno a Milano, mettete in conto di farvi una visita. Se il luogo vi è famigliare, tornateci al più presto. Una sorpresa, in ogni caso, vi attende. Ed è proprio là, nel punto forse più in vista del sacro edificio, su quell’arco trionfale dove si dipana un grandioso ciclo di affreschi, ma che soltanto il restauro appena concluso ci restituisce oggi in tutta la sua bellezza e potenza espressiva.

L’opera fu commissionata attorno al 1917 a Luigi Morgari, artista di formazione accademica assai noto negli ambienti ecclesiastici per la sua pittura semplice e chiara, ma allo stesso tempo non priva di effetti scenografici ed efficace dal punto di vista narrativo: qualità che gli valsero lavori in decine e decine di chiese nelle diverse diocesi di Lombardia, Piemonte, Emilia e Liguria.

L’opera nella prepositurale di San Gregorio Magno, tuttavia, rappresenta qualcosa di decisamente particolare, per complessità e ricchezza simbolica, nella pur lunga carriera del pittore torinese (che morì nel 1935, quasi ottantenne). Morgari, infatti, ha concepito qui una sorta di vasto trittico, dove al centro riconosciamo la scena della Crocifissione.

Alla destra di Gesù (ma nella parte sinistra, per noi che guardiamo), sta Maria che contempla il Figlio crocifisso, il volto segnato dal dolore e tuttavia non stravolto dalla disperazione, ma anzi dolcissimo, in serena accettazione del mistero divino che si sta compiendo. Come testimonia anche il gesto delle mani, incrociate sul petto come nelle tante raffigurazioni antiche dell’Annunciazione, là dove la Vergine di Nazareth pronunciava il suo: «Eccomi», davanti al messaggero celeste.

Maria e Gesù sembrano così coinvolti in un ultimo, muto dialogo, ora che tutto si compie. Mentre le loro figure, le uniche con l’aureola, paiono maggiori per dimensioni a tutte le altre, quasi a riprendere, da parte del Morgari, stilemi medievali, forse in consonanza con l’impostazione neoromanica della chiesa stessa.

Attorno vi sono le donne piangenti (Maddalena è in ginocchio) e, dall’altra parte, individuiamo Giovanni con il centurione che indica a dito il Cristo crocifisso, pronunciando quella che è una delle più forti espressioni di fede nei vangeli («Davvero costui era Figlio di Dio!») e testimoniando, già sul Golgota, la nascita della prima comunità cristiana, con la presenza anche dei due discepoli “nascosti”, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo.

Nella parte più alta, Dio Padre si rivela in un coro di angeli nell’atto di porre la corona sul capo del Figlio, trasformando così la croce da patibolo a trono di gloria, segno di redenzione per l’umanità intera. Ma il sacrificio di Gesù è richiamato anche dall’agnello pasquale, raffigurato ai piedi del Legno, mentre gli angeli raccolgono nei calici il sangue che sgorga dalle ferite di Cristo, con un evidente richiamo all’Eucaristia e citando un’iconografia assai diffusa fra Tre e Quattrocento (da Giotto a Raffaello), ispirata alle meditazioni eucaristiche di teologi come san Bonaventura.

Ecco allora che dalla rappresentazione centrale della Crocifissione la scena si apre ai lati in altre due potenti immagini. A sinistra, vediamo quegli stessi angeli versare letteralmente il sangue eucaristico sulle anime del purgatorio (secondo le mistiche visioni, ad esempio, di santa Maria Maddalena de’ Pazzi), che sono così tratte a salvezza, come in una traduzione figurata delle parole poste all’inizio dell’Apocalisse («Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue») e quelle pronunciate dall’apostolo Pietro («Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo»).

Anche la scena a destra appare potentemente visionaria, con l’angelo che suona la tromba dell’adunata nel giorno ultimo mentre coloro che erano morti ritornano alla vita, in un’illustrazione dove, più che il senso del macabro, trionfa la speranza nella resurrezione. E dove, come si scorge nell’angolo in alto a sinistra, è ricordata la presenza del Lazzaretto di borromaica memoria, una porzione del quale sopravvive proprio in via San Gregorio, area sulla quale un tempo sorgeva l’antico cimitero del Foppone (e la cui memoria è conservata nella cripta della moderna chiesa gregoriana, sorta di civico famedio).

Ecco allora che questo complesso, straordinario ciclo di Luigi Morgari, ispirato forse dagli Oblati Vicari che qui risiedettero nella prima metà del secolo scorso (e realizzato nei tragici anni della Grande Guerra), rappresenta molto di più della “semplice” illustrazione dell’episodio della Crocifissione, evocando una visione escatologica del destino ultimo dell’uomo e della sua salvezza nel Risorto.

Come recitano, infatti, le frase latine poste alla base di queste immagini, ancor oggi recitate nel Prefazio pasquale: «Morendo ha sconfitto la morte. Risorgendo ha ridato la vita».

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi