La sua festa, che oggi è il 23 gennaio, era tra le più importanti nel capoluogo lombardo. La storia e le vicende, da riscoprire, attorno a un luogo in cui si ricordano le origini del cristianesimo in terra ambrosiana. Ma anche il "ritratto" in una splendida statua degli inizi del '400 nel Museo del Duomo.

di Luca FRIGERIO

A volte le cose più note possono essere, paradossalmente, le meno conosciute… È il caso, crediamo, di “San Babila”, il cui nome evoca immediatamente ai milanesi, e non solo, una centralissima e vasta piazza nel cuore della moda e degli studi professionali, crocevia di corsi alle spalle del Duomo; ma anche l’antica basilica che vi si affaccia, con davanti quella caratteristica colonna sormontata da un leone (ben malconcio, in verità); e perfino certe vicende politiche della nostra storia recente (seppur non recentissima, legandosi agli anni di piombo e della contestazione giovanile)…

Già, ma chi era san Babila? Un vescovo della città di Antiochia, nell’attuale Turchia (vicino al confine con la Siria), che subì il martirio attorno alla metà del III secolo, durante la persecuzione di Decio. Il suo culto, ampiamente diffuso in Oriente, risulta invece poco frequente in Occidente, così che la sua presenza proprio a Milano – introdotto forse in epoca longobarda – dimostra una volta di più il particolare legame fra la Chiesa ambrosiana e il cristianesimo orientale.

La chiesa intitolata a san Babila, tuttavia, fu eretta a Milano nell’ultimissimo scorcio dell’XI secolo, come ormai gli studiosi hanno chiarito, probabilmente su impulso di Urbano II (il papa che bandì la prima crociata), che proprio nella cattedrale ambrosiana nel 1096 aveva tuonato contro il clero simoniaco e corrotto. Secondo la tradizione, infatti, il vescovo Babila era figura irreprensibile, e aveva pagato con la vita la sua integrità e l’aver difeso i deboli e gli innocenti anche di fronte al potere imperiale.

Nell’area dove sorse la nuova chiesa, tuttavia, esisteva già un vetusto oratorio, che la leggenda voleva che fosse addirittura il più antico edificio cristiano di Milano (e per questo chiamato “Concilio dei Santi”), fondato dall’apostolo Barnaba nel corso della sua “mitica” evangelizzazione del capoluogo lombardo. Nel corso dei secoli, così, la basilica di San Babila assunse sempre più importanza, come poi ratificato anche da san Carlo Borromeo e dagli arcivescovi suoi successori, e fin dal Trecento la memoria liturgica del martire di Antiochia (che oggi ricorre il 23 gennaio) fu considerata festa cittadina.

Ai nostri giorni poco rimane del tempio originario, perché la chiesa milanese di San Babila ha subito continui rifacimenti, fino al “restauro” ottocentesco che le ha dato l’attuale aspetto in stile neomedievale: si conservano, tuttavia, alcuni pregevoli capitelli romanici e un eccezionale cimelio paleocristiano (che merita di essere presentato in un apposito servizio). Tra i suoi illustri parrocchiani si possono ricordare il mercante Marco Carelli, che nel 1404 donò il suo ingente patrimonio per la costruzione del nuovo Duomo, e lo stesso Alessandro Manzoni, che proprio qui venne battezzato nel 1785.

Non molte sono le opere d’arte che ritraggono san Babila. Ma proprio a Milano, in virtù dell’antica devozione, esiste una delle immagini iconograficamente più belle e importanti. Si tratta di una pregevolissima statua di marmo di Candoglia, alta due metri, che oggi è conservata nel Museo del Duomo, ma che un tempo era posta all’esterno della cattedrale, sopra un contrafforte nel transetto settentrionale (dove, peraltro, venne danneggiata dall’esplosione di una bomba durante i bombardamenti aerei dell’agosto 1943).

Il vescovo di Antiochia è raffigurato nel gesto di benedire; ai suoi piedi, curiosamente, si stringono tre piccoli personaggi: si tratta di Urbano, Epolone e Prilidiano, tre bambini che secondo la Passio furono educati proprio da Babila alla fede cristiana e che ricevettero anch’essi il martirio, nonostante la loro giovanissima età, insieme al loro maestro.

Il gruppo scultoreo è di altissima qualità, tanto da porsi ai vertici dell’arte plastica nel passaggio dal Gotico al Rinascimento, agli inizi del Quattrocento. Fino a pochi anni fa, sulla base di documenti conservati nell’archivio della Veneranda Fabbrica, si riteneva che l’autore di questo capolavoro fosse Matteo Raverti, che aveva esordito nel 1398 proprio nel cantiere del Duomo di Milano per poi continuare la sua carriera di scultore e di architetto a Venezia: questa, dunque, era ritenuta l’opera d’esordio del talentuoso artista.

Nuove e più approfondite, indagini, tuttavia, hanno appurato che Raverti deve aver lavorato a una diversa statua di san Babila, oggi scomparsa. Quest’opera del Museo, allora, per stile e fattura, non può che essere attribuita al maggiore scultore lombardo del tempo, ovvero a Jacopino da Tradate, come rivela la sensibile intensità dei personaggi ritratti e l’abilità nella resa dei panneggi. Che ha dato un volto a quel martire di una terra lontana, che ha trovato la sua nuova “casa” proprio a Milano.

 

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