Al Museo Diocesano di Milano una bella e intensa esposizione con le foto realizzate da Margherita Lazzati nella Casa di reclusione di Opera.

di Luca FRIGERIO

Il carcere è luogo di separazione: le sbarre ti bloccano, le mura ti chiudono dentro. Perfino lo sguardo sembra impigliarsi tra le grate della cella. E ti sale addosso un senso di claustrofobica oppressione: soprattutto se a schiacciarti è la colpa, se a incatenarti sono le tue responsabilità. Perché quella del rimorso è la più dura delle reclusioni. Ma anche in questa oscurità puoi trovare una luce di speranza, se hai il dono della fede… La preghiera si fa già squarcio di salvezza, breccia di redenzione.

Margherita Lazzati conosce bene il carcere. Lo frequenta da molti anni: non per scontare la pena per qualche crimine, ma da volontaria e da educatrice, accompagnando in un percorso di recupero chi alla prigione è stato giustamente condannato. Da artista che lavora con le parole e con le immagini, da tempo aiuta i detenuti che lo desiderano a scoprire in loro stessi risorse creative che neppure sospettano di avere. Da fotografa ha saputo documentare con rispetto e sensibilità la vita quotidiana di chi vive la condizione di carcerato.

È così che è nato anche questo suo nuovo reportage fotografico, oggi presentato al Museo Diocesano “Carlo Maria Martini” a Milano in una mostra bellissima e toccante, assolutamente da vedere. Il tema, che sembra paradossale, è quello della libertà: la libertà religiosa. Una libertà che nel carcere non è concessa per il buon cuore di qualche illuminato custode, ma prevista dall’ordinamento penitenziario stesso e regolata da specifici articoli. Così che anche negli istituti di pena italiani ci sono spazi per la preghiera e per manifestare la propria dimensione religiosa, nei tempi opportuni e secondo le modalità concordate, per tutte le fedi e per ogni religione.

Conosciuta e stimata da tutti all’interno della casa di reclusione di Opera, aggirandosi con discrezione e familiarità con la sua Leica al collo, Margherita Lazzati nei mesi scorsi ha potuto scattare oltre tremila istantanee, fra le quali ne sono state selezionate cinquanta per la rassegna al Diocesano: immagini intime e potenti ad un tempo, stampate in diversi formati, in un evocativo ed emozionante bianco e nero.

Si vedono così i detenuti di religione cattolica radunati attorno all’altare per la messa; i copti ricevere la benedizione dal loro sacerdote; gli evangelici confrontarsi sulla Sacra Scrittura; gli ebrei ascoltare gli insegnamenti del rabbino; i musulmani in preghiera, rivolti verso la Mecca; i buddisti raccolti in meditazione… Occasioni comunitarie, di condivisione del rito e della fede. Ma l’obiettivo della Lazzati ha saputo cogliere anche i momenti più riservati e personali, nascosti persino, sempre con pudore e quasi con tenerezza materna: un rosario sgranato, l’indice posato su un versetto del Corano, le labbra che sussurrano un mantra, le spalle di chi contempla un legno a forma di croce… E soprattutto il silenzio, quel muto dialogo che si instaura tra l’uomo e Dio, tra la creatura – soprattutto quando ferita, dolente, smarrita – e il suo Creatore: un silenzio di domande, di richieste, di invocazioni.

Una mostra, insomma, che riporta l’attenzione su un tema, quello del carcere e della sua funzione, spesso ignorato, se non rimosso, dall’attenzione generale. Quando invece è davvero importante riflettere «sul senso ultimo della pena, sull’irrinunciabile risorsa che è la persona per gli altri e per la collettività e su quale sia l’ideale cui si è ispirato il nostro legislatore costituente quando ha scritto che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato», come scrive nel catalogo Silvio Di Gregorio, direttore della casa di reclusione di Opera, che insieme al suo predecessore Giacinto Siciliano ha auspicato e agevolato questo lavoro fotografico. Eppure, come osserva monsignor Luca Bressan, Vicario episcopale della diocesi di Milano per la cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, proprio «le religioni dentro il carcere rivelano una capacità di collaborazione e di coesistenza, anticipando quanto la società e le istituzioni milanesi non sono ancora riuscite a realizzare negli spazi normali della vita civile e quotidiana».

Insomma, le fotografie di Margherita Lazzati, ricorda Nadia Righi, direttore del Museo Diocesano e curatore della mostra insieme a Cinzia Picozzi, «gridano prepotentemente che c’è un punto nel cuore dell’uomo che resta libero sempre, persino in carcere: non si può togliere all’uomo la possibilità di un rapporto profondo e personale con Dio». Proprio come invoca un detenuto di Opera: «Cristo, tu sei l’unico filo di speranza vera. Dammi la fede nella vera libertà che è dentro di noi e che nessuno può strapparci».

La mostra, realizzata in collaborazione con la Galleria L’Affiche, è visitabile fino al prossimo 26 gennaio presso il Museo Diocesano a Milano (piazza Sant’Eustorgio, 3). Catalogo La Vita Felice. Informazioni, orari e biglietti: www.chiostrisanteustorgio.it

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