Nelle sale dei Chiostri di Sant'Eustorgio a Milano sono oggi esposte le immagini di maestri della fotografia come Henri Cartier-Bresson e Robert Capa: si tratta della rassegna d'esordio della celebre agenzia americana di fotogiornalismo, per cinquant'anni dimenticata in una cantina di Innsbruck. Un percorso emozionante fra grandi eventi storici del dopoguerra, come gli ultimi giorni di Gandhi, e angoli remoti del pianeta.

di Luca FRIGERIO

È un sogno ricorrente: scoprire in solaio un tesoro dimenticato, preziosi ricordi di un tempo che fu. A Innsbruck, in Austria, è successo una decina di anni fa: nella cantina di un vecchio stabile, dentro casse e valigie lì dimenticate dal lontano 1956, del tutto inaspettatamente furono ritrovate ben 83 stampe in bianco e nero, realizzate da alcuni dei più grandi fotografi del XX secolo. Si trattava dell’intero corpus della prima mostra organizzata da quella che allora era una giovane agenzia, la Magnum, presto destinata a diventare un leader del fotogiornalismo mondiale.

Oggi, dopo un tour che ha già toccato diverse città in Europa, quelle “vecchie” fotografie sono esposte a Milano, nelle sale di quel Museo Diocesano “Carlo Maria Martini” che ancora una volta evidenzia la sua attenzione per i linguaggi espressivi del nostro tempo.

Un’esposizione assolutamente da non perdere, dove è possibile ammirare alcuni fra gli scatti più celebri del secolo scorso accanto ad autentiche sorprese, immagini di cui sembrava essersi persa ogni traccia. Il tutto amplificato dall’emozione di ammirare proprio le stampe originali di oltre sessant’anni fa, ancora montate sui cartoncini colorati e sulle tavole di compensato dell’epoca, accompagnate perfino dalle note dattiloscritte dei curatori di quella rassegna itinerante fra le città dell’Austria.

L’agenzia Magnum era nata nel 1947 a New York, per volontà di alcuni fotoreporter che si erano distinti per i loro servizi soprattutto durante la seconda guerra mondiale. Con un progetto ben preciso: mostrare il mondo al mondo, senza filtri, senza censure, non con un asettico taglio documentaristico, ma con l’occhio dell’artista-esploratore, calato negli abissi dell’umanità. E questa prima mostra, dal significativo titolo Il volto del tempo, sembrava voler esprimere chiaramente questa filosofia, presentando i lavori che otto autori avevano realizzato in quegli anni in diverse parti del pianeta, testimoniando con i loro apparecchi fotografici eventi epocali accanto a storie per lo più sconosciute al grande pubblico.

Il “mitico” Henri Cartier-Bresson era stato uno dei fondatori dell’agenzia. Nel gennaio del 1948 si era recato in India per incontrare Gandhi e raccontare la situazione di quell’enorme Paese all’indomani della conquistata indipendenza: sarà tra gli ultimi a fotografare il Mahatma prima del suo assassinio. Proprio questo suo servizio, tra i più importanti mai pubblicati dall’autorevole rivista Life, è al centro di questa prima collettiva, esemplare nell’esprimere l’essenza dei luoghi e la personalità di grandi figure attraverso dettagli anche minimi, senza alcuna retorica.

Anche Robert Capa aveva tenuto a battesimo Magnum Photos, e ne fu il primo presidente. Diventato famosissimo per i suoi reportage di guerra, Capa morì nel 1954 mentre seguiva il conflitto in Indocina, dilaniato da una mina antiuomo. Le sue fotografie in questa prima mostra dell’agenzia americana rappresentano quindi un omaggio postumo, ed è assai significativo che di questo grande fotografo, che odiava la guerra proprio perché aveva saputo coglierla in tutta la sua disumanità, i suoi colleghi selezionarono le istantanee gioiose e serene di una festa popolare a Biarritz, nel sud della Francia.

Lo svizzero Werner Bischof è un altro gigante dell’arte fotografica, subito cooptato nel gruppo Magnum. Ma anche lui, come Capa, non poté vedere la realizzazione di questa rassegna, perché nel 1956 era già deceduto, vittima di un incidente automobilistico in Perù, mentre stava realizzando un reportage sulle popolazioni dell’America latina. Il suo raffinato stile estetico si è sempre accompagnato a un senso etico della ripresa, nel rispetto di tutti i soggetti, gli uomini come gli ambienti, immortalati dal suo obiettivo.

Erich Lessing invece ha potuto vivere una vita lunga e intensa: si è spento lo scorso agosto, a 95 anni, acclamato per il suo impegno come «il fotografo della cultura». Di famiglia ebrea, nato a Vienna, aveva dovuto lasciare il suo Paese durante l’occupazione nazista, ma vi era tornato alla fine della guerra, e probabilmente è anche per merito suo se questa prima mostra collettiva della Magnum si tenne proprio in Austria: luoghi e persone che Lessing conosceva bene, e che quindi ritrasse con familiarità ed emozione.

Nel gruppo c’era anche una donna: Inge Morath, anch’essa austriaca, capace di farsi apprezzare in un mondo, quello del fotogiornalismo, che in quegli anni era considerato pressoché unicamente al maschile. E poi l’allora giovane Jean Marquis, francese, classe 1926, ancora vivente; Ernst Haas, pioniere della fotografia a colori, ma autore in questa esposizione di un eccezionale servizio in bianco e nero tra le piramidi in Egitto, durante le riprese di un kolossal hollywoodiano; e infine Marc Riboud, che diventerà il testimone fotografico della marcia della pace contro la guerra in Vietnam, qui viaggiatore in una rurale Dalmazia alle prese con il regime di Tito.

Sguardi diversi, sguardi lontani, eppure in fondo ancora così moderni e così vicini alla nostra stessa sensibilità. Gli sguardi di chi sapeva raccontare il presente, rendendolo davvero senza tempo.

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