Attorno al capolavoro del maestro veneziano del Quattrocento, la Pinacoteca braidense ha organizzato una splendida rassegna di opere rinascimentali che illustrano la nascita e gli sviluppi della pittura devozionale umanistica.

di Luca FRIGERIO

Bellini Pietà Brera

«Mentre gli occhi gonfi di pianto quasi emettevano gemiti, quest’opera di Bellini poteva piangere». Gli occhi sono quelli di Maria e di Giovanni, straziati dal dolore per la morte di Gesù, che ora la Madre quasi culla nell’estremo saluto.

L’opera è la Pietà che Giovanni Bellini dipinse attorno al 1460: il suo capolavoro, uno dei vertici assoluti della pittura del Rinascimento italiano e dell’arte di tutti i tempi, oggi gemma fra le più preziose della Pinacoteca di Brera. Dove il colore si fa sentimento vivo. Dove l’atmosfera rarefatta dell’ultima ora diventa il preludio alla notte del sepolcro, nell’attesa del giorno della resurrezione. Dove il silenzio è squarciato dal grido muto dell’umanità sofferente, che implora, che prega, che spera.

L’epigrafe è posta da Bellini sul bordo del sepolcro, quasi a far da didascalia – ermetica, criptica, eppure potente – alle figure stesse che si stagliano davanti allo sguardo dello spettatore.

Un distico che il raffinato pittore umanista potrebbe aver parafrasato da un verso elegiaco del poeta latino Properzio, dove un soldato morente chiede all’amico commilitone di non distogliere lo sguardo dalle sue lacrime, ma di essere testimone dei suoi ultimi istanti di vita, per raccontare così ai propri cari cosa è successo e dove riposano le sue spoglie… Proprio come si ripropone di fare il dipinto di Bellini, che con il suo idealizzato realismo invita il fruitore dell’opera a contemplare il culmine della Passione di Cristo, compenetrando il Mistero.

Attorno a questa tavola meravigliosa, oggi accuratamente restaurata, Brera ha costruito una mostra affascinante, che ripercorre la carriera del grande pittore veneziano, amico e cognato del Mantegna, proprio attraverso quel particolare angolo di visuale offerto dal suo modo di affrontare il tema del Cristo in pietà, così ricorrente nella sua produzione artistica.

Fino a delineare – ed ecco il valore aggiunto di questa interessante rassegna milanese – gli sviluppi e le varianti della pittura devozionale stessa nella seconda metà del XV secolo, fra umanesimo e spiritualità, secondo la diversa sensibilità dei più significativi autori rinascimentali.

Una mostra che pare quasi il proseguimento, se non il completamento, di quella dedicata l’anno scorso dal Museo Poldi Pezzoli sempre a Giovanni Bellini e sempre al tema della Pietà. Ma mentre nella casa-museo di via Manzoni l’attenzione era puntata sulle origini di questo soggetto iconografico, e quindi sul legame – fortissimo a Venezia – con il mondo bizantino delle icone, il percorso braidense si snoda ora soprattutto fra gli esempi occidentali, italiani e fiamminghi, mostrando l’evoluzione di una tematica – meglio: di una vera e propria poetica – tesa a illustrare il sacrificio di Gesù, offerto alla contemplazione dei fedeli.

Ecco allora, ad esempio, il trittico pietistico, incantevole, commissionato nel 1453 dall’abate di santa Giustina a Padova a un giovanissimo Mantegna, già portatore di una spiritualità nutrita da studi umanistici e già influenzato dai modelli di Donatello, del quale a Brera è esposto un piccolo, mirabile rilievo in marmo proveniente dalla chiesa padovana di san Gaetano.

Ma splendida è anche la tempera dello Schiavone, databile attorno al 1456 (e oggi alla National Gallery di Londra), dove sono due angeli-putti a presentare allo spettatore la spoglia di Cristo, avvolta nel sudario, secondo uno spunto ispirato probabilmente da Filippino Lippi.

Eppure la Pietà braidense di Giovanni Bellini si rivela pochissimi anni più tardi con una forza ancora maggiore, con una sensibilità perfino nuova e più viva. Maria guancia a guancia con il Figlio (figlio di Dio, figlio suo), a sfiorarne le labbra, a baciare quella bocca che ha proclamato parole di Salvezza; tempia contro tempia, senza timore di ferirsi con quella corona di spine messa per sfregio sul capo del re dei Giudei.

E mentre Giovanni appare incapace di sopportare un così immane dolore e volge lo sguardo altrove, al cielo, come a chiedere ragione di tanto scempio, la Vergine diventa quasi un’unica figura con Gesù, quasi volesse riassorbirlo nel suo grembo di madre, ricondurlo nel conforto del suo seno. Così che la sua mano stringe teneramente quella inerte di colui che è stato appeso alla Croce, le sue dita sfiorano tremule la carne slabbrata dai chiodi…

Lacrime come gemiti, appunto. Pittura come devozione del cuore, capace di commuovere l’anima.

 

 

La mostra
Giovanni Bellini. La nascita della pittura devozionale umanistica
è aperta fino al prossimo 13 luglio
presso la Pinacoteca nazionale di Brera a Milano (via Brera, 28),
da martedì a domenica (8.15-19.15).
Biglietto cumulativo mostra/Pinacoteca: 12 euro.
Catalogo Skira editore.
Informazioni su www.brera.beniculturali.it

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