Rare e preziose opere grafiche, a cominciare da quelle dell'Ambrosiana, esposte in una rassegna al Castello Sforzesco che illustra la fortuna dei modelli inventati dal maestro del Rinascimento italiano. Quasi un'introduzione alla splendida "Sala delle asse" da pochi mesi riaperta al pubblico.

di Luca FRIGERIO

Il vero “Codice da Vinci”? Bisogna cercarlo nei nodi. Quelli disegnati e dipinti da Leonardo, per l’esattezza. A riempire intere pagine, ma anche nascosti nei ritratti, quando non esibiti in grandiose composizioni. Un “filo rosso”, più frequentemente “dorato”, in verità, che lega e attraversa l’intera produzione del maestro del Rinascimento italiano, dalle prime opere giovanili ai capolavori della maturità, e che diventa come un “logo”, una sorta di “marchio di fabbrica” o perfino una “firma” nascosta. I nodi, cioè i “vincoli”: vinci, appunto.

Dei “nodi vinciani” la Biblioteca Ambrosiana conserva sei celebri fogli che riproducono a stampa altrettante cartelle, realizzate da un anonimo incisore milanese su disegni dello stesso Leonardo, probabilmente nell’ultimissimo scorcio del XV secolo, cioè negli anni più fecondi del soggiorno ambrosiano del genio toscano. Oggi due di questi esemplari sono eccezionalmente esposti in una nuova mostra allestita al Castello sforzesco a Milano, che si propone come ulteriore introduzione a quella “Sala delle asse” ancora in corso di restauro e da pochi mesi riaperta al pubblico, sulle cui pareti si distende un impressionante capolavoro vinciano: una pittura murale che, con straordinario effetto illusionistico, ricrea un pergolato di alte piante, i cui rami frondosi sono cinti da corde e funi, in un inestricabile intreccio di nodi, per l’appunto.

La rassegna, piccola ma decisamente interessante (aperta fino al 15 dicembre: ingresso con il biglietto dei musei dei Castello; info: www.milanocastello.it), diventa così l’occasione per presentare al pubblico alcune preziose e rare opere grafiche, databili tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, che testimoniano la fortuna e la diffusione di alcune “invenzioni” di Leonardo tra gli artisti del tempo.

Opere come l’incantevole Testa di Leda, un disegno appartenente alla collezioni civiche del Castello sforzesco, riconosciuto come studio autografo del Da Vinci, poi ritoccato dai discepoli, per un dipinto che le fonti ricordano in Francia ancora nel Seicento, ma che in seguito è andato perduto, e che è noto quindi soltanto attraverso alcune copie degli allievi. O come gli Studi di cavalli (pertinenti alla Raccolta Bertarelli e all’Ambrosiana), attribuiti all’ambito di Giovanni Antonio da Brescia, ma derivati da originali leonardiani, che rimandano alla nota vicenda del monumento equestre per Francesco Sforza, la cui lunga e travagliata fase preparatoria non vide mai conclusione.

Di grande intensità espressiva appare la Testa barbuta di Giovanni Agostino da Lodi, fortemente evocativa delle ricerche su quei «moti dell’anima» così profondamente rappresentati nel Cenacolo in Santa Maria delle Grazie. Un interesse, quello di Leonardo per la fisiognomica e per i tratti caratteriali e psicologici, evidente anche nelle curiose, sorprendenti immagini grottesche e caricaturali che il maestro realizzò in gran numero, influenzando non soltanto i suoi seguaci più diretti, ma anche artisti nordici, fiamminghi e mitteleuropei, come il praghese Wenzeslaus Hollar, del quale al Castello viene oggi esposto un disegno del tutto inedito.

L’esposizione, che rientra in un più ampio progetto dal veritiero titolo «Leonardo mai visto», fa parte di un ricco e variegato palinsesto di eventi promosso dal Comune di Milano in occasione dei 500 anni dalla morte del maestro. Manifestazioni spesso di alto livello culturale, che hanno fatto riscontrare una notevole partecipazione, se è vero, come è stato dichiarato dai curatori, che la precedente mostra vinciana al Castello sforzesco è risultata essere una delle più visitate in Italia dall’inizio dell’anno.

Merito soprattutto dell’interesse suscitato, come si diceva, dalla riapertura della “Sala delle asse”, ambiente solenne e raccolto, alla base della torre falconiera, dove Leonardo operò probabilmente nel 1498, ovvero immediatamente dopo la conclusione della sua Ultima cena nel refettorio dei domenicani delle Grazie. Un intervento che ebbe la sventura di essere scialbato e dimenticato già poco tempo dopo la sua esecuzione, ma che venne per fortuna riscoperto agli inizi del secolo scorso da Luca Beltrami, nel recupero dell’intera struttura sforzesca. E che oggi continua a rivelare dettagli sconosciuti e sorprendenti.

Chissà se proprio in questo studio appartato, che esaltava la personalità e le imprese di Ludovico il Moro, si ritrovavano anche i membri di quella misteriosa, enigmatica, sfuggente “Accademia di Leonardo da Vinci” il cui nome ritorna proprio nelle incisioni dell’Ambrosiana… Un mistero ancora da dipanare, come i nodi vinciani stessi.

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