In mostra allo Spazio Aperto del Centro San Fedele a Milano le foto realizzate da Francesco Giusti sull'isola greca di Lesbo, dove in questi mesi sono sbarcati migliaia di rifugiati. Effetti personali e oggetti cari, smarriti tra le onde e la sabbia...

di Luca FRIGERIO

Giusti profughi Lost Lesbo

Un volto di donna, sognante e sorridente, spunta tra le foglie secche della radura. Una foto-ricordo di una persona cara, della donna amata, chissà, rimasta a casa, lontano, a migliaia di chilometri di distanza. Un ritratto custodito nella tasca più interna della giacca, quella più vicino al cuore. Un rettangolo di stampa a colori più prezioso di qualsiasi tesoro, da cui non ci si separerebbe mai. A meno di non esserne costretti…

Di quell’altro profilo, adagiato fra il pietrisco, non rimane che la parte alta del viso. Uno strappo che sembra uno stupro. Da quel rimasuglio cartaceo gli occhi ci scrutano, neri, profondi, come a chiederci ragione di quanto è successo, come a domandarci cosa ne pensiamo, noi, di tutta questa vicenda di dolore, disagio, disperazione. E cosa abbiamo intenzione di fare.

Un paio di pantaloni giace nella sabbia. Schiacciato, spianato dal passaggio di mandrie di uomini e di mezzi. Così che il tessuto stesso pare ormai polvere, l’indumento un curioso disegno di una natura capricciosa. Come l’uomo, probabilmente un ragazzo, che l’indossava: nient’altro che un’ombra, una macchia sbiadita su questo pianeta distratto e crudele…

Non sono esercizi di stile, quelli di Francesco Giusti. I suoi scatti, oggi esposti in una mostra presso il Centro San Fedele a Milano dal titolo Lost and Found, non sono artefatti costruiti a tavolino per lanciare “messaggi”. Purtroppo sono pezzi di realtà, colti sui luoghi di tragedie concrete e quotidiane. Sono testimonianze vere di una catastrofe umanitaria che ogni giorno si ripete alle porte, chiuse, del vecchio continente.

Giusti è un fotografo italiano che da tempo cerca di raccontare per immagini il fenomeno delle migrazioni. Andando nei luoghi stessi dove il problema è più acuto, nei centri nodali dei flussi, sulle coste del Mediterraneo, da cui si parte e a cui si arriva. Drammaticamente.

Cinque anni fa si era recato in Libia, per testimoniare il rientro precipitoso di decine di migliaia di lavoratori stranieri, moltissimi del Bangladesh, all’indomani della “rivoluzione” che aveva abbattuto il dittatore Gheddafi.

Ne era nato un reportage tra le folle ammassate alle frontiere con la Tunisia e l’Egitto. Dove l’attenzione del fotografo, in particolare, si era focalizzata sui loro bagagli – borse, sacche, valigie, scatole, improvvisati contenitori -, sui quali i fuggitivi avevano attaccato le loro stesse fototessere di pochi centimetri, a rivendicarne la proprietà e l’appartenenza. Di fatto affermando la loro identità di esseri umani in quella confusione babelica.

Nei mesi scorsi Francesco Giusti, come molti altri fotoreporter, ha poi raggiunto l’isola greca di Lesbo, di fronte alla Turchia, proprio nel momento di massimo afflusso di profughi, soprattutto afgani, iracheni e siriani.

Ma, anche in questa circostanza, mentre i suoi colleghi cercavano di documentare gli sbarchi, i soccorsi, le file per il riconoscimento, le tendopoli, Giusti si è concentrato invece su dei dettagli apparentemente minori, marginali perfino.

Poveri resti gettati dalle onde sulle spiagge, corrosi dalla salsedine. Oggetti smarriti fra gli accampamenti evacuati. Fotografie, libri, quaderni caduti ai bordi delle strade. Tracce di esperienze vissute, spesso stravolte, quando non addirittura finite.

La massa ci fa paura. Quei barconi carichi di profughi ci preoccupano, come una minaccia che improvvisa arriva davanti a casa nostra. Quei gruppi di profughi ci inquietano, con le loro carni piagate, i loro volti dolenti, le loro speranze fallaci. E ci si dimentica così, che dietro a ogni singolo volto c’è una storia, unica, irripetibile. Quasi che l’eccezionalità dell’individuo possa essere cancellata in quella definizione anonima e collettiva di “migranti”.

Francesco Giusti, con queste sue fotografie, cerca così di recuperare al nostro sguardo la dignità di ognuno. Immortalando frammenti di vita, brandelli di esistenze spezzate, già destinate all’oblio. Eppure infine ritrovate, perché nulla, evangelicamente, vada perduto.

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