Sessant'anni fa, nel pieno delle trasformazioni sociali ed economiche del Paese, mentre la Chiesa viveva l'evento del Concilio Vaticano II e in politica veniva varata la formula del "centro-sinistra", l'arcivescovo di Milano designava il "Professore" alla guida del quotidiano ambrosiano per la stima che gli era riconosciuta dal laicato cattolico.

di Luca FRIGERIO

Aveva provato a resistere, Giuseppe Lazzati, ma dire di no al cardinal Montini non era cosa facile. L’arcivescovo di Milano lo aveva chiamato alla direzione del quotidiano L’Italia, di proprietà della diocesi ambrosiana, e il professore aveva accettato per puro spirito di servizio e di obbedienza. Era l’aprile del 1961, sessant’anni fa.

Lazzati, infatti, pur avendo scritto articoli e commenti in diverse occasioni, e pur avendo collaborato alla nascita della rivista Cronache sociali, non era certo un giornalista di professione e il suo impegno era ormai quello universitario, titolare della cattedra di letteratura cristiana antica all’Università cattolica del Sacro Cuore, oltre ai compiti di responsabilità che rivestiva nell’associazionismo cattolico (Montini lo aveva nominato, fra gli altri incarichi, presidente dell’Ambrosianeum e dell’Istituto sociale ambrosiano).

Ma, come il futuro papa Paolo VI scrisse a monsignor Giovanni Colombo per annunciargli la sua decisione, «a tale compito lo addita la sua grande esperienza nella vita pubblica, sia cattolica che civile; e quasi gliene dà l’investitura la fiducia ch’egli gode nelle file del laicato cattolico, al quale nella scelta della sua persona, è data prova di affezione e di stima, ed è offerta occasione per far convergere intorno al giornale nuovo fervore di consensi».

Queste parole di Montini spiegano bene perché l’arcivescovo abbia voluto proprio Lazzati come direttore de L’Italia. Dalla fine degli anni Cinquanta, all’apice del “miracolo economico” del secondo dopoguerra, il Paese era attraversato da profondi fermenti sociali, amplificati anche dai flussi migratori e dall’intenso inurbamento attorno alle grandi città. E mentre in ambito ecclesiale vi erano molte attese per il Concilio vaticano II indetto da papa Giovanni XXIII, in campo politico si stava preparando, fra contrasti e sollecitazioni, quella convergenza del “centro-sinistra” la cui formula venne varata proprio a Milano, con le elezioni amministrative del gennaio 1961.

In questo delicato momento di transizione, dunque, Montini desiderava accompagnare il mondo cattolico ambrosiano con guide affidabili e autorevoli, preoccupato come arcivescovo non tanto, o non solo, della situazione politica locale e italiana (per le conseguenze anche pastorali derivate da un accordo fra democristiani e socialisti), ma soprattutto della maturazione del laicato e della sua capacità di affrontare le nuove sfide. E per questo volle affidare il quotidiano che tutti riconoscevano come la “voce”, seppur ufficiosa, della Chiesa di Milano a una personalità come Giuseppe Lazzati.

Il professore assunse questo nuovo impegno con la consueta determinazione, nonostante il mondo del giornale, con i suoi ritmi e i suoi tempi così diversi dallo studio accademico, gli fossero pressoché sconosciuti. Con umiltà e pazienza, Lazzati si lasciò introdurre alla conoscenza delle “macchina” che ogni giorno realizzava il quotidiano, tra linotype e telescriventi, editoriali e articoli di fondo, titolazioni e notizie di cronaca, districandosi tra vertenze sindacali, gestione della redazione e confronti con l’amministrazione. Valorizzando un gruppo di giovani collaboratori, provenienti soprattutto dalla Cattolica e dall’Ac. E imparando anche ad adottare un nuovo stile di scrittura, meno “professorale”, più diretto e di immediata comprensione, pur nell’esatta esposizione dei contenuti: più “giornalistico”, appunto.

Del resto, se Lazzati aveva assunto quell’oneroso incarico per assecondare la volontà del cardinal Montini, egli aveva ben chiaro che anche quella nuova esperienza, come l’insegnamento universitario e l’associazionismo, poteva rientrare pienamente in quel campo del “lavoro formativo” che si era scelto, soprattutto dopo aver lasciato il parlamento e la politica attiva, per educare cristiani, cioè uomini, «capaci di partecipare attivamente alla vita del proprio tempo».

La sua direzione durò poco più di tre anni, e lo stesso Lazzati, dopo l’elezione al soglio pontificio di Montini, chiese al nuovo arcivescovo di Milano di poter rassegnare le proprie dimissioni, nell’estate del 1964. Ma in quel triennio il professore fu protagonista di una stagione per molti versi esaltante, con L’Italia che diede voce alle novità del pontificato giovanneo e ai primi passi del Concilio. Sostenendo in particolare, per la politica nazionale, le posizioni di Aldo Moro: anche a costo di subire attacchi e critiche, che infatti non mancarono, soprattutto da parte degli ambienti finanziari milanesi (che espressero il loro malumore facendo disdire centinaia di abbonamenti).

Ma Giuseppe Lazzati fu soprattutto il direttore del confronto: un direttore che interveniva spesso sul giornale e che dialogava continuamente con i lettori (ben più dei suoi colleghi dell’epoca), cercando di evitare fratture e scontri, e tuttavia senza mai temere di schierarsi. Sempre in accordo col suo vescovo, Montini, con il quale aveva incontri settimanali: nei quali ascoltava, ma anche parlava e convinceva.

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