Il dolore e il vuoto che lo scrittore americano recentemente scomparso ci ha magistralmente descritto dal “Lamento di Portnoy” in poi non sono generalizzabili, e, lui lo sapeva bene: non appartengono a tutti, ma solo a dolenti personaggi che credevano in un sogno fatto solo di benessere, sesso e soldi. Roth era cosciente che quel sogno rischia di diventare un incubo, perché la nausea è il primo passo verso la rivolta e il terrorismo, esattamente come la figlia del protagonista di "Pastorale americana", che è il suo capolavoro

di Marco TESTI

Critico del sogno americano, interprete di una visione del mondo tutta dentro l’orizzonte del qui e dell’ora, Philip Roth, scomparso il 23 maggio scorso a 85 anni, uno dei massimi esponenti della narrativa statunitense ci ha dato un importante contributo alla conoscenza di quel mondo. Dove non c’è lo spirito, regna spesso la desolazione nascosta dietro la ricerca spasmodica –e sempre frustrata- del piacere.

Persona silenziosa, non molto propensa ad apparire, volto sempre atteggiato a serietà, ma pronto alla battuta a modo suo geniale, Roth ci ha detto che cosa si nasconde dietro l’assolutamente materiale. Il suo “Everyman”, che già dal titolo nasconde riferimenti religiosi (era nato nel 1933 a Newark da una famiglia della Galizia di origine ebrea) era una sorta di dolorosa presa d’atto del nulla dopo il qui, dello spaventoso invecchiare senza altri valori che quelli della fisicità e del piacere: il protagonista “era stato liberato dal peso di esistere” scrive il narratore alla fine del libro.

Ma in un suo romanzo del 1997, “Pastorale americana”, Roth ci ha dato molto di più. Un padre benestante cerca fino alla fine la figliola prodiga, perché la piccola balbuziente da lui teneramente amata è diventata prima una terrorista e poi seguace di una setta mistica orientale. Il riferimento evangelico non è fuori luogo, perché in quel racconto emerge tutta la disperata nobiltà interiore (e “nobile” lo chiama una voce del romanzo) di un uomo che cerca solo l’amore della figlia e rinuncia a tutto il resto. La vita, dice uno dei personaggi, non è stata per lo “svedese” quello che lui si aspettava, e i sogni si sono frantumati. Ma la vita non è mai quella che noi ci immaginiamo, anche la scienza del Novecento lo ha testimoniato, non c’è nulla di umanamente esatto, ma abbiamo solo probabilità. Se però pensiamo solo alla nostra materialità: il teorico dell’Indeterminazione, il grande fisico Heisenberg, era credente.

Il dolore e il vuoto che Roth ci ha magistralmente descritto dal “Lamento di Portnoy” in poi non sono generalizzabili, e, lui lo sapeva bene: non appartengono a tutti, ma solo a dolenti personaggi che credevano in un sogno fatto solo di benessere, sesso e soldi. Roth era cosciente che quel sogno rischia di diventare un incubo, perché la nausea è il primo passo verso la rivolta e il terrorismo, esattamente come la figlia del protagonista di Pastorale americana, che è il suo capolavoro. Mettere a nudo quel sistema di vita non significa negare altri valori possibili, ma anzi darci una asciutta quasi impassibile immagine dei limiti di una concezione solo materialistica della vita. E di questo dobbiamo ringraziarlo.

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