I suoi servizi hanno contribuito a far conoscere i tanti aspetti del nostro Paese nel mondo, le sue immagini hanno illustrato l’Italia del boom, dei cambiamenti epocali, delle grandi migrazioni interne.

di Luca Frigerio

A 90 anni è morto Pepi Merisio, uno dei più grandi fotografi italiani, e non solo, degno erede di un Eugene Smith, stimato collega di un Cartier Bresson. I suoi servizi hanno contribuito a far conoscere i tanti aspetti del nostro Paese nel mondo, le sue immagini hanno illustrato l’Italia del boom, dei cambiamenti epocali, delle grandi migrazioni interne. Memorabili i suoi ritratti, come quello di papa Paolo VI.

Figlio della bassa bergamasca, nato all’ombra di uno dei santuari mariani lombardi più amati, quello di Caravaggio, Pepi Merisio ha ritratto innanzitutto proprio quel piccolo mondo antico che gli è caro, fatto di cascine, di lavoro nei campi, di tradizioni tramandate di generazione in generazione, di rosari mormorati…

Un mondo per lo più scomparso, che persiste talora come una reliquia, ma che la modernità ha inesorabilmente fagocitato, e che le sue immagini delicate, a tratti sbiadite, spesso commoventi, testimoniano con la grazia del cuore, prima ancora che con l’esattezza del reperto documentario.

Donne chine in riva ai torrenti a lavare i panni. Gli uomini in osteria, la domenica, a giocare a carte, il vestito buono della messa ancora addosso. Bambini dai musi sporchi che giocano con niente, che si divertono con tutto. E poi le processioni sugli acciottolati di borghi silenziosi, gli ambulanti con le loro mercanzie, gli artigiani con i loro attrezzi, i nonni e i nipoti, ognuno con i propri sogni… Una Lombardia da scarpe grosse e cervello fino, da guance arrossate dal freddo, da mani screpolate dal duro lavoro. Una Lombardia lontana, sepolta in qualche album dei ricordi. Eppure era solo ieri.

Come soltanto i grandi fotografi sanno fare, Pepi Merisio raccontava con un unico scatto storie intense e complesse, l’amarezza di speranze deluse, la difficoltà di una vita diversa da quella attesa. E lo faceva con pudore, senza denunce urlate, con il rispetto di chi riesce a comprendere, di chi si ritrova intellettualmente, forse persino emotivamente coinvolto, perché non si nasconde dietro la sua macchina fotografica, né si limitava a riprodurre, asetticamente, la realtà così come è. O come appare. Le sue immagini, spesso, dicevano più di un trattato di sociologia.

Quelli di Merisio, a rivederli ora, sono viaggi nella memoria. Reportages di un passato che è ancora prossimo, che chiunque non sia giovanissimo può sentire come proprio, familiare, vissuto. Una sorta di “amarcord” fra luoghi noti, mutati o immutati; fra paesaggi nostrani, stravolti o preservati; fra personaggi anonimi, ma che ciascun spettatore sa, in fondo, di aver conosciuto. E tuttavia c’è ancora di più del ricordo e della nostalgia, in questi splendidi scatti di Pepi: l’anima, dietro a ogni volto.

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