Prima di essere ricollocati al loro posto, a una ventina di metri d'altezza, gli antelli restaurati della splendida "vetrata 25" sono esposti fino a settembre nel retrocoro della Cattedrale: un'occasione unica per ammirare da vicino il capolavoro che il maestro vetraio Niccolò da Varallo ha realizzato attorno al 1480, forse su disegno di Vincenzo Foppa.

di Luca FRIGERIO

«Una cascata di luce», ha esclamato papa Benedetto XVI ammirando l’interno del Duomo di Milano, in occasione della sua visita nel 2012. E davvero le vetrate della cattedrale ambrosiana rappresentano un tesoro straordinario, per la loro bellezza e per il loro valore artistico. Peccato soltanto, verrebbe da pensare, che la loro collocazione a decine di metri d’altezza non ne permetta una visione ravvicinata, così da godere tutti i dettagli e ogni sfumatura di questi magnifici vetri colorati e dipinti… Ebbene, da oggi e fino al prossimo settembre, anche questo diventerà possibile.

Alcuni antelli della splendida “Vetrata 25”, infatti, quella che illustra la vita di san Giovanni Damasceno, dopo essere stati restaurati e prima di essere riposizionati sopra l’altare di Santa Prassede (nel transetto settentrionale), sono ora esposti nel retrocoro del Duomo, così che fino al prossimo settembre saranno direttamente e pienamente accessibili a tutti i visitatori. Un’occasione da non perdere, se si considera l’eccezionalità di questa proposta che permetterà di poter ammirare dappresso uno dei capolavori dell’arte vetraria del XV secolo, restituito al suo originale splendore (e in questo caso nel senso più letterale dell’espressione).

La vetrata è attribuita a Niccolò da Varallo, uno dei più importanti maestri vetrai del Quattrocento, attivo in diversi cantieri lombardi tra Milano, Lodi e Pavia, in edifici religiosi, in palazzi pubblici e in dimore nobiliari. Ma è proprio per il Duomo di Milano che Niccolò realizza le sue opere più significative: figlio d’arte, lo troviamo infatti già giovanissimo nei registri della Veneranda Fabbrica, prima in “contesa”, poi in società con altri artigiani per realizzare al meglio le continue commissioni che interessano la cattedrale.

Il contratto per l’esecuzione della vetrata di san Giovanni Damasceno venne stipulato il 16 febbraio del 1479, ma per l’ampiezza dell’opera – si tratta di un finestrone composto da 38 antelli, più il rosone superiore, con l’aggiunta di una ventina di vetratine sagomate di riempimento – i lavori proseguirono fino ai primi anni del Cinquecento, forse per mano di suo figlio Leonardo.

La vetrata, come si diceva, è una delle più ammirate del Quattrocento lombardo, realizzata con vivace linguaggio espressivo, ricca di gustosi dettagli di vita quotidiana (incantevole, da questo punto di vista, l’episodio della nascita del santo), fonte di preziose informazioni riguardo al vestiario e agli ambienti della seconda metà del XV secolo. Non si sa, tuttavia, se lo stesso Niccolò da Varallo sia stato l’ideatore di queste scene, o se, come invece sembra più probabile, egli abbia “soltanto” riprodotto su vetro con efficacia e fedeltà i disegni di un altro pittore. Come avvenuto, ad esempio, per un’altra celebre vetrata del Duomo di Milano, quella pressoché contemporanea di sant’Eligio, eseguita magistralmente da Niccolò su cartoni preparatori di Vincenzo Foppa, il grande maestro del Rinascimento lombardo: il linguaggio pittorico delle due opere, del resto, è assai simile.

L’impresa fu finanziata dalla corporazione degli speziali, ovvero dei farmacisti (che comprendeva anche chi si occupava di cera e di spezie, appunto), in onore del loro santo patrono: Giovanni Damasceno. Nato a Damasco verso il 670, discendente da una nobile famiglia araba e cristiana, Giovanni ebbe importanti incarichi amministrativi nel califfato, ma ben presto decise di consacrarsi interamente alla vita religiosa in un cenobio vicino a Gerusalemme. I suoi profondi studi sulle Sacre Scritture ne fecero uno dei teologi più preparati e ascoltati del suo tempo, soprattutto sulla figura della Vergine Maria e sul mistero dell’Incarnazione.

Definito “Evangelista pharmacopeorum” nei testi medievali, san Giovanni Damasceno fu quindi scelto dai farmacisti quale celeste protettore, anche se in realtà egli non si era mai occupato di medicina né di preparati farmaceutici, essendo semmai un “medico” dello spirito. È interessante notare, comunque, come nella vetrata di Niccolò da Varallo il santo di Damasco sia raffigurato più volte in un contesto di studio e di insegnamento, a evocare, evidentemente, la formazione e i continui aggiornamenti richiesti ai membri del paratico degli speziali.

Giovanni, inoltre, è anche patrono dei pittori e in questo contesto ambrosiano viene mostrato vittima di persecuzione, quando a causa di calunnie fu condannato al taglio della mano, poi risanata per intervento divino, a dimostrazione della sua innocenza. Una vicenda che ricorda come il Damasceno, durante la furiosa lotta iconoclasta che investì la corte bizantina nella prima metà dell’VIII secolo, sia stato protagonista di una ferma opposizione contro coloro che negavano la possibilità di utilizzare immagini nel culto e nelle chiese cristiane. Insomma, se oggi possiamo ammirare tanti capolavori d’arte sacra, compresa questa vetrata 25 del Duomo di Milano, lo si deve proprio a lui e alla sua coraggiosa presa di posizione.

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