Con questo riconoscimento, scrive il direttore del locale settimanale diocesano, la città lombarda potrà confrontarsi con un mondo ricco e variegato di pensiero, esperienze, ricerche e modalità di espressione. La prospettiva da evitare, infatti, è quella di una cultura "chiusa" e provinciale, lontana dall’agone sociale ed economico

di Paolo LOMELLINI
direttore “La Cittadella” (Mantova)

Duomo di Mantova

Mantova è stata scelta come capitale della cultura per l’anno prossimo. La notizia ci fa ovviamente felici anche perché non è frutto di caso o improvvisazione. È una tappa di un cammino di valorizzazione culturale della città che va avanti da decenni, pur in mezzo a difficoltà e polemiche. Giova ricordare che negli anni Ottanta non si riusciva nemmeno a tenere aperto di domenica il Palazzo Ducale per le visite turistiche! Da allora di strada ne è stata fatta. Restauri importanti al Ducale stesso, a Palazzo Te, alla concattedrale di S.Andrea per citare quelli più significativi. Abbiamo poi avuto grandi mostre a Palazzo Te e soprattutto il consolidamento, ormai quasi ventennale, di Festivaletteratura, un evento di primaria rilevanza su scala nazionale e internazionale. Insomma un allargamento qualitativo e quantitativo dell’offerta culturale e della sua fruibilità.

Il riconoscimento ricevuto dal ministero dei Beni Culturali può essere in sostanza un ottimo stimolo per continuare in un processo che, pur tra luci e ombre, deve essere valutato complessivamente positivo. Uno stimolo a partire dall’opportunità dell’incentivo economico che, di questi tempi, può fare una differenza importante. Gli anni della crisi economica si sono fatti sentire pesantemente sulla cultura, anche in una realtà come Mantova considerata tradizionalmente “ricca”. Nell’attuale contesto, infatti, sarebbe inimmaginabile un evento come la celebre “Celeste Galeria” del 2002 in quanto non più realistiche le ingenti sponsorizzazioni da parte di grandi gruppi industriali o finanziari che la resero possibile.

Ci sono altri aspetti, opportunità e sfide al tempo stesso, che ci vengono dalla positiva esperienza di Festivaletteratura e che dovranno guidare la capitale italiana della cultura 2016.

Mantova, con questo riconoscimento, sarà ancora una volta “costretta” a sprovincializzarsi, capire che non è l’ombelico di se stessa e che esiste attorno un mondo ricco e variegato di pensiero, esperienze, ricerche e modalità di espressione. Mantova ha infatti un forte bisogno di saper guardare “oltre i confini del Ducato”. Uscire dal provincialismo, aumentare la propria capacità di fare rete sarà una lezione utile per Mantova e più in generale per tutto un sistema Paese ammalato di provincialismo.

C’è pure l’occasione di una intelligente collaborazione tra il tessuto sociale ed economico con la realtà delle istituzioni pubbliche. Stare sui progetti da realizzare e chiudere nel cassetto beghe politiche o personalismi. Mantenere i giusti livelli di autonomia, senza che nessuno voglia mettere il cappello in testa ad altri.

Altre due caratteristiche, che hanno fatto vincente la formula del Festivaletteratura, devono diffondersi con l’occasione del 2016. La prima è l’originalità delle idee, evitare cioè di cadere nella tentazione del banale, come le solite e tante “scopiazzature” tardive di altre iniziative già affermate. La seconda è cercare la qualità e indirizzarla ad un pubblico vasto, un esercizio difficile ma necessario. Non dobbiamo infatti dimenticare la tentazione, spesso compiaciuta, di chiudersi in nicchie o élite di qualsiasi genere.

Queste opportunità e sfide rappresentano, dunque, una utile bussola perché l’appuntamento Capitale della Cultura 2016 diventi una occasione di maggior apertura da parte della città di Mantova nei confronti dell’esterno. Infine, ma pure molto importante, l’occasione di apertura tra il mondo della cultura e tutti gli altri mondi (sociali, economici, spirituali) che costituiscono il tessuto vitale di un territorio che vuole essere coeso e dinamico, aperto e in cammino positivo verso il futuro. La prospettiva da evitare è quella di una cultura chiusa in qualche “turris eburnea”, lontana dall’agone sociale ed economico.

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