Riproponiamo uno degli ultimi colloqui raccolti con l’indimenticato scrittore milanese (scomparso nel 1999), autore de «Il Velocifero» e di altri celebri romanzi, che aveva per tema proprio l’“utopia” del Natale.

di Luca FRIGERIO

Santucci

«Mi dicono che voler vivere il Natale in quest’epoca moderna nei suoi contenuti più veri e profondi, tradizionali, è un’utopia. Ma in cosa possiamo aver fede, oggi, se non nell’utopia?». Il volto di Luigi Santucci per un attimo pare velarsi, quasi nascosto dall’eterea cortina di fumo che la sua pipa spande discreta. E’ un nostalgico del Natale, Santucci. Uno di quei nostalgici, però, affatto malinconici. Vitali, anzi, per nulla rassegnati, decisi a pungolare se stessi e il prossimo alla continua ricerca di una incessante speranza. Parola questa, che ritorna frequente e gradita nei pensieri dello scrittore milanese.

Forse nessuno come lui ha scritto e raccontato in questi ultimi anni del mistero della Natività, del fascino delle suggestioni natalizie, attingendo ai personali ricordi e a scorci di vite vissute. Santucci, in qualche modo, vive in una perpetua, consapevole dimensione natalizia, rammaricandosi di quell’orgia di luminarie sfacciate, di gastronomie selvagge, di ipocriti auguri validi un giorno soltanto che hanno stravolto il senso stesso di quella che era – ed è – la festa più vera del sentimento umano, mite e profondo. «E la festa», spiega Santucci, «va costruita e vissuta nella valenza della memoria. Un ricordo che non può essere semplicemente una pallida evocazione, ma un tornare al cuore. “Noi nasciamo per ricordare”, diceva Boll. Per questo io insisto nell’affermare che il Natale è per noi un’occasione straordinaria, un trampolino per lanciarsi oltre l’attuale naufragio della nostra società, al di là dello squallido qualunquismo».

Gli occhi di Santucci sono ancora capaci di sincera commozione. Anche la voce sentiamo incrinarsi, seppur impercettibilmente, quando recita un passo del protoevangelista Tommaso, il racconto dello stupore dei pastori e del Creato intero al cospetto del Bambin Gesù. C’è un che di infantile in tutto questo, ma di quella infanzia benedetta, evangelica, che salva. E l’autore di capolavori come Il velocifero, Orfeo in Paradiso, Non sparate sui narcisi, fino al recente Cuore dell’inverno, non fa nulla per nasconderlo. «E’ vero il mio culto per il Natale viene dall’infanzia», dice. «Ma poi esiste anche una precisa scelta teologica. Per me il Natale, la nascita di Cristo avvenuta proprio in quel modo, è già la pienezza della redenzione». Un gesto tradisce il nostro stupore: trasaliamo, con rispetto. Santucci se ne avvede, ma pare abituato a provocare queste reazioni. «Lo so: è un’affermazione assolutamente eretica. Ma sono convinto che era sufficiente l’incarnazione in quel modo, così amoroso, così poetico, perché l’umanità fosse redenta. Nel Natale c’è già la sufficienza perché l’umanità fosse riscattata e felice».

Racconta amabilmente Santucci. Incanta perfino con il suo parlare da poeta, in cui non un aggettivo, non un verbo potrebbe essere sinonimo ad un altro. Alle sue spalle, nel suo studio, una incredibile, rara raccolta di presepi in miniatura, esposta tutto l’anno, giorni feriali e festivi, con orgoglio, con tenerezza. «Già, gli amici da tempo ormai mi chiamano “il presepiaro”. E tale sono in effetti: un vecchio e incallito amante di presepi, caparbio nel non voler smontare questi arredi natalizi che invece, solitamente, finite le feste, sono soliti ritornare nei domestici ripostigli». Sotto forma di piccoli cartigli, così, Santucci fa vivere nei suoi presepi gli affetti, gli amori, le amicizie, perfino gli animali e le cose a cui tiene. «Non è del tutto una forma di ritardata crescita», spiega divertito. «Piuttosto, è una forma di gelosia, un tentativo di imprigionamento di ciò che mi è più caro contro le diserzioni, le fughe, gli addii… E’ il desiderio di iscrivere i nomi dei miei beniamini in quel cerchio di salvezza, di durata nella gioia che la capanna di Natale rappresenta».

A quel suo presepio, tuttavia, Santucci, da molti anni ormai, ha aggiunto un altro, sentitissimo rituale, fuori da pericolosi e vuoti sentimentalismi che sono pur sempre il rischio di un compiaciuto Natale borghese. Il giorno della Vigilia egli va a trovare nella sua cella l’amico ergastolano: come ringraziamento della visita, ogni volta, riceve in dono un personaggio del presepe fatto con la mollica di pane, fatto apposta per lui. Santucci, poi, sale nell’abituro di una sua vecchia amica, una prostituta a riposo, la quale, in modo un po’ svampito, insiste a mettergli in tasca collanine e altri ricordi della sua lontana carriera, perché li faccia luccicare davanti alla sacra grotta. «Abbracciandoli entrambi, do loro il Buon Natale. E davanti al loro sorriso, so che Cristo, col suo nascere, li ha fatti oggi più felici e più innocenti di me. Così, nel mio presepio, c’è un posto d’onore anche per loro, per un fratello che ha ucciso e per una sorella che ha venduto la sua carne sui marciapiedi».

Son queste le confessioni di un uomo natalizio. Un uomo, un artista, a cui sinceramente pare insensato che il Natale rimanga circoscritto a quelle poche ore comprese tra la Vigilia e Santo Stefano, e per di più frastornato, stravolto, bistrattato da pacchetti e scorpacciate. «Per questo, tal volta, mi prendo l’ardire di operare strani trapianti, e scomporre il Natale in altri tempi, in altri luoghi, celebrando la ricorrenza natalizia quando non ricorre affatto». Sconcerta, Santucci, non c’è che dire. Spiazza l’ascoltatore, lo obbliga a pensieri nuovi, ad aprire gli occhi, a osservare una realtà diversa, forse migliore, eppure umanissima. «Alcune volte», spiega paziente e incantato, «anche in piena calura estiva, il rintocco solitario di una campana, o il guizzare dei pesci in un torrente, oppure il tronco scavato da un fulmine, mi fanno dire: “Ecco, anche adesso alla Madonna si rompono le acque”».

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