A 70 anni dalla morte, un profilo di un protagonista della scena artistica tra Otto e Novecento, autore della porta maggiore del Duomo di Milano e raffinato collezionista, da riscoprire. Magari partendo dalla sua straordinaria Casa-museo al Sacro Monte di Varese...

di Luca FRIGERIO

«Maestro, i suoi lavori resteranno indimenticabili!». E invece, nonostante queste sincere ed entusiaste manifestazioni d’ammirazione ricevute per tutta la sua carriera, il nome di Lodovico Pogliaghi, uno dei protagonisti della scena artistica italiana a cavallo tra Otto e Novecento, oggi purtroppo appare pressoché dimenticato, al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti. Anche se, ogni giorno, ad esempio, folle di persone passano davanti a una sua opera monumentale come la porta maggiore del Duomo di Milano, magari senza sapere che proprio lui ne è stato l’artefice…

A dire il vero, però, per fortuna in questi ultimi anni le cose stanno un po’ cambiando. E questo soprattutto perché è stata riaperta al pubblico la sua affascinante casa-museo, al Sacro Monte di Varese, luogo denso di meraviglie e di capolavori dove l’artista ha vissuto e lavorato a lungo: chi la visita scopre, per lo più inaspettatamente, una personalità di alto profilo, sorprendente anche nelle sue singolarità.

Proprio in quella dimora tra le cappelle prealpine Pogliaghi è morto 70 anni fa, il 30 giugno 1950, a 93 anni, dopo una lunga e intensissima vita, e ancora oggi riposa nel piccolo cimitero di quella comunità sacromontana. Ma Lodovico era nato a Milano, alla vigilia dell’Unità d’Italia, in quella centralissima via che verrà dedicata ad Alessandro Manzoni (il cui medico personale era proprio suo zio paterno). Il padre era un ingegnere delle ferrovie, la madre una donna sensibile e colta che lo educò al gusto del bello. Dopo il liceo frequentò l’Accademia di Brera, discepolo prediletto di Giuseppe Bertini, figura di riferimento per realtà culturali cittadine come la Veneranda Fabbrica, l’Ambrosiana e il nascente Poldi Pezzoli.

Il giovane Pogliaghi rivelò una versatilità straordinaria. Non c’era ambito dove le sue abilità manuali non eccellessero: disegno, pittura, mosaico, incisione, ma soprattutto la scultura, che fu sempre la sua prediletta fra le espressioni artistiche. La sua facilità, e felicità, d’esecuzione lasciavano meravigliati. Le sue invenzioni stupivano. Poco più che ventenne era già un illustratore affermato che lavorava per le maggiori case editrici del Paese, ammirato anche in terra anglosassone. A trent’anni gli venne affidata la cattedra di ornato a Brera. A quaranta si aggiudicò il concorso per la porta della cattedrale milanese, uno dei lavori più impegnativi e più prestigiosi dell’epoca, che Arrigo Boito, con molti altri, giudicò un capolavoro. A lui, ancora, venne affidata la decorazione del mausoleo di Giuseppe Verdi, la statua che si erge al Famedio del Cimitero monumentale di Milano, la cappella del Sacramento alla basilica del Santo a Padova, la porta di Santa Maria Maggiore a Roma…

Parte di questo successo era dovuto anche alla preparazione scrupolosa che l’artista milanese poneva in ogni progetto. Pogliaghi era infatti un infaticabile studioso, un viaggiatore curioso, onnivoro nei suoi interessi culturali. E ogni soldo che guadagnava con la sua attività, lo reinvestiva acquistando opere preziose e oggetti raffinati, spaziando dall’archeologia classica all’arte dell’estremo Oriente, dalle sculture medievali ai dipinti del Seicento lombardo. È così che la sua dimora al Sacro Monte di Varese divenne un’enorme wunderkammer, stipata di tesori piccoli e grandi, che continuano a riservare inedite sorprese agli studiosi.

In questa passione collezionistica Lodovico Pogliaghi sembrava quasi ripercorrere i passi di quell’uomo “raro” in ogni tempo, come lo definì Manzoni, che fu il cardinale Federico Borromeo. E proprio all’Ambrosiana il nostro artista si sentì tanto vicino e in consonanza, soprattutto per l’intima amicizia con l’allora prefetto Achille Ratti, futuro papa Pio XI, da lasciarle in dono le sue raccolte, così che ancor oggi essa ne è la premurosa custode (per informazioni sulla visita: www.casamuseopogliaghi.it ).

Come è possibile, allora, che la memoria di un uomo di questo ingegno sia così trascurata ai nostri giorni? Il fatto è che Pogliaghi è sempre rimasto fuori dalle mode, lontano dalle novità, persino avulso dalle contemporaneità. Pur avendo vissuto negli anni dell’impressionismo, della scapigliatura, del divisionismo, del verismo e del simbolismo non ha mai voluto seguire nessuno di questi movimenti. Dalle avanguardie, poi, fossero esse il cubismo come l’astrattismo, l’espressionismo o il futurismo, si è sempre tenuto a debita distanza. Con fierezza, anche con un certo compiacimento non privo di spigolosità, egli si riteneva un autentico “accademico” – definizione che per altri era quasi offensiva – che aveva consacrato la sua vita d’artista a riprendere quanto nel passato era stato fatto di meglio, tra Antichità e Medioevo, Rinascimento e Barocco, per riassumerlo e distillarlo in uno stile che, nella sua visione, doveva essere classico e moderno al medesimo tempo.

Si racconta che un giorno un suo allievo gli fece notare che aveva sbagliato a scrivere la data di un documento, perché invece di “1930” aveva vergato: “1530”. Al che Pogliaghi rispose con prontezza: «Non ho sbagliato a scrivere: ho sbagliato a nascere!».

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