Ai lavori del Concilio parteciparono anche ventitré donne: dieci religiose e tredici laiche. La loro partecipazione non ebbe solo un valore simbolico, ma lasciò segni importanti negli stessi documenti conciliari. Come racconta oggi la storica Adriana Valerio in questo libro edito da Carocci.

di Silvio MENGOTTO

Madri Concilio Carocci Adriana Valerio

A sorpresa, contro i pareri non favorevoli della Curia romana, l’8 settembre 1964 Paolo VI inviò come “uditrici” al Concilio dieci religiose e tredici laiche scelte con criteri di internazionalità e rappresentanza. Il libro di Adriana Valerio, Madri del Concilio (Carocci), presenta documenti inediti di queste ventitré donne che parteciparono ai lavori del Concilio Vaticano II.

Con i padri conciliari ci furono anche le madri. Un evento importante che il libro porta alla luce per arricchire la memoria nella celebrazione del cinquantesimo del Concilio Vaticano II. L’autrice, docente di Storia del Cristianesimo e delle Chiese all’Università “Federico II” di Napoli, ci fa conoscere le singole biografie di queste 23 pioniere insieme all’atmosfera culturale che si respirava in quegli anni.

Paolo VI nell’aula udienze a Castel Gandolfo, nell’ufficializzare la presenza femminile, disse: «Avremo così per la prima volta, forse, presenti in un Concilio ecumenico alcune, di voi, Religiose, per prime; e poi delle grandi organizzazioni femminili cattoliche, affinché la Donna sappia quanto la Chiesa la onori nella dignità del suo essere e della sua missione umana e cristiana».

Questa partecipazione non fu approvata da tutti i padri conciliari presenti, ma trovò anche consensi significativi. «Nell’ottobre 1964 il vescovo Albino Luciani della diocesi di Vittorio Veneto, espresse sul giornale “Avvenire” il proprio compiacimento relativamente alla presenza delle uditrici al Concilio». Nello stesso mese il canadese mons. Gerad Codorre, a nome di 40 padri, fece un intervento sulla pari dignità tra donna e uomo vedendo un «segno dei tempi nel riconoscimento della dignità della donna». Lo stesso Giovanni XXIII nella Pacem in Terris afferma che uno dei segni dei tempi è proprio la presenza pubblica e sociale della donna. Un richiamo rafforzato da Giovanni Paolo II nella lettera Mulieris Dignitatem sulla dignità e vocazione  della donna in occasione dell’anno mariano.

Se pur nella veste di uditrici la partecipazione delle donne nelle commissioni non fu simbolica «ma, al contrario, – afferma l’autrice – essa fu particolarmente significativa, lasciando segni importanti negli stessi documenti conciliari». La madre canadese Jerome Chimy era consapevole che le donne erano relegate ad un ruolo di silenzio, ma percepiva profeticamente che il Concilio «potesse essere il frangente giusto per modificare questo stato delle cose. In tal senso era per lei da leggersi il primo passo coraggioso della Chiesa nell’invitare alcune donne aprendo per loro uno spazio di partecipazione che andasse al di là del loro tradizionale ruolo: «Noi volevamo essere ascoltate, perché avevamo qualcosa da dire».

La laica combattiva Pilar Bellosillo fece parte di una sottocommissione ristretta di uditrice e incaricata di studiare «le questioni relative alla promozione femminile con lo scopo di valutare diversamente il ruolo della donna nella società e nella Chiesa». Se nelle assemblee plenarie non avevano diritto di parola nei lavori di commissione i pareri delle donne furono determinanti. Per Paola Ricci, «una volta riprese dallo stupore per l’invito che non aveva precedenti nella storia, si impegnarono senza timidezze nel lavoro e nella riflessione in alcuni questioni cruciali di carattere ecclesiologico, liturgico, pastorale e dogmatico».

Armida Barelli, fondatrice del Centro Italiano Femminile e segretaria dell’Azione Cattolica Italiana agli inizi del ‘900, non conobbe la Primavera del Concilio Vaticano II, ma le scelte fatte nella sua breve vita gettarono dei semi che anticiparono alcuni eventi in tre direzioni: il tema dei laici nella Chiesa e nella società, la riforma liturgica e la promozione della donna nella Chiesa e nella società. Sensibilità che troviamo espresse nella corale partecipazione al Concilio di queste 23 donne.

Tra le uditrici italiane significativa è stata quella di Alda Micili (presidente nazionale del Centro Italiano Femminile e presidente dell’Azione Cattolica Italiana dal 1949 al 1959). Nel 1958 si era impegnata, come incarico di presidenza, anche dell’Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità a Milano. Bisogna sapere che L’Opera della Regalità, altra intuizione della Barelli, nasce come adorazione notturna e divulgazione di opuscoli liturgici di preghiera in latino con la traduzione italiana diventando il testo delle messe festive. Per Marisa Sfondrini di fatto questi opuscoli «diventano il mezzo attraverso il quale far partecipare i semplici fedeli alla liturgia con maggior coscienza (vedi le traduzioni del Messale con i fogli domenicali, le traduzioni del Libro delle Ore eccetera)». L’Opera della Regalità ebbe in seguito «un ruolo assai importante – continua Marisa Sfondrini-  nella riforma liturgica avviata dal Concilio Vaticano II» con la pubblicazione del testo conciliare Sacrosanctum Concilium.

L’australiana Rosemary Goldie di fronte al teologo conciliare Yves Congar che voleva inserire in un documento «una elegante espressione paragonando le donne alla delicatezza dei fiori e ai raggi del sole: «Padre», disse, «lasci fuori i fiori. Ciò che le donne vogliono dalla Chiesa è di essere riconosciute come persone pienamente umane».

Le donne sollecitarono «che fosse maggiormente articolata e definita la funzione dei laici nella vita della Chiesa, delle donne in particolare, come elemento di pressione simbolico per un loro riconoscimento nella vita civile e politica del Paese. Tutte sensibili alla promozione della donna nell’ambito del lavoro, aspiravano ad  arricchire la visibilità pubblica, oltre che valorizzare la dimensione familiare e materna, sperando anche come questa vicenda conciliare potesse rappresentare una tappa significativa per il percorso storico di riscatto del mondo femminile».

Sono numerose le citazioni della donna nei documenti conciliari: Gaudium et spes, Sacrosanctum Concilium, Apostolicam actuositatem, Ad gentes, Dei  verbum. Questi documenti hanno permesso l’accesso dello studio teologico ai laici consentendo «l’apertura delle facoltà teologiche alle donne con tutto quello che ha significato in questi anni come la formazione di teologhe esperte nei vari settori della teologia, non da ultimo nella Sacra Scrittura, che, grazie alla Dei verbum, è stata riconsegnata al laicato cattolico dopo secoli di privazione, anzi di proibizione e di passiva ricezione». Oggi le aperture della Chiesa verso le donne di 50 anni fa ci sembrano timide, in realtà erano appropriate per le donne e il mondo di 50 anni fa. Un patrimonio da conoscere e non perdere.

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