Papa Francesco ha riconosciuto le ''virtù eroiche'' del Servo di Dio Giuseppe Lazzati. Per lui, quindi, si aprono le porte della beatificazione. A firmare il decreto e' stato questa mattina papa Francesco che ha ricevuto in Udienza privata il card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Di questa grande figura del mondo cattolico ambrosiano, rettore dell'Università Cattolica di Milano, pubblichiamo un ricordo del cardinal Ravasi.

di S.E. Card. Gianfranco RAVASI
Presidente Pontificio Consiglio della Cultura

Giuseppe Lazzati

Si prova sempre una certa emozione quando si incontra una persona importante, di cui per anni si è letto sui principali quotidiani, una persona vista e rivista in televisione, di cui si conoscono le opere, una persona che si ammira e che, appunto, si vorrebbe incontrare un giorno. E questo incontro alla fine anche per me fu possibile e fu l’occasione gradita e preziosa per vedere innanzitutto in faccia l’uomo – occhi chiari, penetranti, sereni – e quindi scoprirne l’indole, lo spirito, le aspirazioni di cristiano impegnato. Era Giuseppe Lazzati, allora Rettore dell’Università Cattolica.

L’incontro avvenne durante una cena, in casa di un mio amico scrittore, scomparso nel 1999, Luigi Santucci, al quale spesso ho riconosciuto questo merito. L’argomento della nostra conversazione era un tema a prima vista semplicissimo, ma per il mio interlocutore molto appassionato e tormentato: la Chiesa. Giuseppe Lazzati amava la Chiesa, di un amore – per dirla con Baudelaire  – autentico e lacerante.

Quel giorno, vicino a lui, compresi che questo suo amore era drammatico nel senso più elevato del termine, ma anche nel senso quasi di ferita e tensione che il termine stesso contiene in sé. Rivelava l’“incisione” che ti lascia nella vita l’amore quando diventa esigente; amore che può addirittura artigliarti la coscienza. In Lazzati io riuscii a scorgere quella che gli antichi Greci definivano orghé, ossia “ira”, “passione impellente”, intesa, però, nel suo senso primario come stato di necessità a parlare, che nasce da un’emozione interiore e dura finché non si coagula nella forza della comunicazione. E l’amore per la Chiesa in Lazzati era proprio una necessità interiore, che si muoveva di continuo nel groviglio del nodo interiore della persona, della coscienza, e poi alla fine riusciva a esplodere e a diventare comunicazione e, quindi, a entrare nella storia, nell’esistenza, nella società. Allora trovava la quiete portando con sé tutte le scaglie di luce e di tenebra che tale amore presenta.

Ebbi ancora modo di incontrare l’allora Rettore all’Eremo di San Salvatore, sopra Erba (Como), dove vidi nel volto di Lazzati un altro tratto fondamentale, che possono testimoniare tutti coloro che l’hanno conosciuto. Ero lì per un Ritiro ai giovani di Azione Cattolica e la sera Lazzati aveva partecipato alla Messa da me celebrata; l’avevo proprio di fronte. Mentre celebravo di lui qualcosa mi catturava e addirittura mi distraeva: il suo particolare modo di essere in comunione con l’Infinito e con l’Eterno. E provo soddisfazione al pensiero che egli sia ora sulla strada della beatificazione, in quanto, avendolo conosciuto, posso affermare di aver avuto – soprattutto in quel momento liturgico – un’impressione diretta della sua santità.

In lui si realizzavano pienamente le parole di Sant’Agostino: «Nolite quaerere a Deo nisi Deum», non chiedete nulla a Dio se non Dio stesso. In quegli istanti, vedendolo tutto concentrato e preso dal divino, Lazzati rappresentava la definizione della preghiera formulata da Kierkegaard, secondo la quale pregare è come respirare: «E’ sciocco cercare un perché. Perché respiro? Perché altrimenti morirei. Lo stesso discorso vale per la preghiera». E in Giuseppe Lazzati la preghiera era respiro, un respiro spontaneo. E qui vorrei mettere in particolare risalto questo aspetto, che rientra nell’area interiore, mistica dell’uomo, uno di quegli aspetti che spesso si preferisce trascurare parlando di persone illustri di cui amiamo soprattutto sottolineare, se non solo ricordare, l’attività pubblica.

Un altro tratto caratteristico, il più personale e il più diretto, ebbi la ventura di coglierlo poco tempo prima della sua morte. Era il febbraio 1986 e ci eravamo trovati insieme ad una tavola rotonda televisiva. Alla fine della trasmissione, lo accompagnai a casa e lì rimanemmo a parlare fino a tarda notte. Il discorso cadde su La Pira, sul loro sodalizio, sulla loro visione utopica. «È l’utopia che salva, non l’ordinaria amministrazione!» esclamava Lazzati, «l’unica visione veramente feconda». Ciò che notai in particolare fu la sua fiducia e speranza nel dialogo, nel dialogo con le culture e con gli orizzonti diversi. Era, questo, un tema tanto caro a quel grande cristiano laico. In quell’occasione gli citai alcune battute di un testo orientale che, secondo me, rappresentava bene il cammino del dialogo. Lazzati ne rimase conquistato.

Un uomo, nel deserto di Giuda, se ne va per una valle pietrosa, ed ecco vede in lontananza un essere che si arrampica su una montagna, forse un animale. L’uomo, dato il posto in cui si trova, pensa subito a qualcosa di pericoloso. Tuttavia, avanza per riuscire ad individuarlo meglio. Intanto si accorge che anche l’altro si è avvicinato un poco e così scopre che non si tratta di un animale, bensì di un uomo. Allora il cuore comincia ad allargarsi, anche se rimane un certo sospetto, perché questo è il deserto: un luogo di rischi e di insidie. Alla fine i due si incontrano e si guardano e scoprono di essere fratelli, da tempo separati e lontani.

Un’ultima e conclusiva considerazione. Soprattutto alla luce del Concilio Ecumenico Vaticano II – si ricordi il decreto sull’apostolato dei laici (Apostolicam actuositatem) – oggi si parla tanto di presenza, contributo, azione dei laici nella Chiesa. Non si può, allora, tacere l’apporto fondamentale di Giuseppe Lazzati nel laicato cattolico italiano. Egli resta un esempio di cristiano che, in tempi difficili – in particolare negli “anni di piombo” – ha donato e messo in causa la  sua vita per la Chiesa, in un servizio generoso, ma al tempo stesso umile, senza enfasi di circostanza, in un lento, quotidiano travaglio, all’ascolto di ogni voce e nell’accoglienza di ogni istanza, anche diversa e problematica, per sottoporla a un dialogo.

Sono trascorsi 25 anni dalla promulgazione, da parte di Giovanni Paolo II, dell’esortazione apostolica Christifideles laici, sulla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo. Ripercorrendo questo testo per giungere poi all’appello finale dove si rinnova l’invito del “padrone di casa” di cui parla il Vangelo: “Andate anche voi nella mia vigna”, un invito rivolto a tutti i laici, uomini e donne, si deve ben dire che Giuseppe Lazzati ha veramente incarnato il modello di laico che la Chiesa, nel suo magistero, propone e ripropone perché si mantenga sempre viva quella coscienza ecclesiale, la coscienza cioè di essere membri della Chiesa di Cristo con dignità, nella partecipazione alla vita della Chiesa in piena corresponsabilità.

Pertanto, è giusto e doveroso collocare la figura di Lazzati tra i grandi laici impegnati del Novecento. Ma direi non tanto per cercarvi un “maestro” (un titolo che egli avrebbe certamente respinto), quanto un “testimone”. Una testimonianza che poteva essere definita – per usare le parole di un grande amico di Lazzati, Paolo VI, nella Evangelii nuntiandi – come «il primo mezzo di evangelizzazione», poiché «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni».

Questa fu la testimonianza di Lazzati, uomo immerso nel mondo e totalmente presente nell’impegno secolare, senza mai rinunciare ad una profonda vita interiore: continuo contatto col mondo, con l’uomo, con la terra nell’azione, ma, nello stesso tempo, continuo contatto con Dio nella preghiera, nella vita sacramentale e liturgica e nella contemplazione.     

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