Fa parte di un ciclo di affreschi databili agli inizi del XVI secolo, realizzati da un anonimo maestro cresciuto alla "corte" sforzesca, in un cenobio di monache benedettine che fu tra i più importanti della Brianza.

Testo e Foto di Luca Frigerio

Con trattenuta commozione, in ginocchio, gli apostoli si stringono vicino alla tomba vuota. Maria, infatti, terminato il corso della sua vita terrena, viene assunta nella gloria celeste in anima e corpo, accompagnata dalle schiere angeliche giubilanti. Attorno tutto è quiete e pace: uno spazio come sospeso nel tempo, dove la terra, le acque e il cielo si incontrano in un orizzonte infinito.

Una gemma inaspettata
Questa rappresentazione dell’Assunzione della Vergine è una gemma di inaspettata bellezza. “Inaspettata” perché quest’opera, probabilmente, è nota perlopiù a un pubblico “ristretto”, locale e di specialisti, essendo stata “scoperta” e restaurata in anni relativamente recenti. Si trova a Brugora, nel territorio di Besana in Brianza, all’interno di un antico complesso monastico femminile, che oggi è sede di una residenza sanitaria assistenziale della Fondazione “G. Scola” Onlus.

Il dipinto, in realtà, fa parte di una serie di affreschi dedicata alla vita di Maria e alla Passione di Cristo all’interno della “Sala del coro”, ovvero la parte della chiesa riservata alle religiose di clausura, che insieme alla grandiosa Crocifissione che campeggia nell’ex refettorio costituisce uno dei più interessanti e “misteriosi” cicli pittorici degli inizi del XVI secolo presenti nella diocesi di Milano.

Forse ispirandosi alla vivace gestualità del Cenacolo vinciano, anche l’anonimo pittore di Brugora mostra le diverse reazioni degli apostoli di fronte all’assunzione in cielo della Madonna: c’è chi allarga le braccia in segno di sorpresa, chi china il capo portando le mani al petto, chi è in atteggiamento di preghiera… L’uomo in primo piano a destra, probabilmente Giovanni, a giudicare dalla sua giovane età e dall’assenza di barba, il “prediletto”, proprio colui al quale Gesù sulla croce ha affidato la madre, indica il sepolcro vuoto. Più indietro, quello che sembra essere Pietro osserva l’ascensione della Vergine alzando una mano alla fronte, nel gesto di chi, scrutando verso il cielo, ripara gli occhi dal riverbero del sole.

La Sacra Cintola
In cielo Maria si volge ancora verso la terra, e con la mano destra porge una lunga striscia di tessuto, di colore rosso: la sua cintura, che la Vergine consegna a Tommaso, l’apostolo che anche in questa circostanza aveva manifestato la sua incredulità… L’episodio, riportato in alcuni scritti apocrifi relativi al transito della Madonna, ebbe ampia risonanza nel tardo medioevo e iconograficamente fu rappresentato soprattutto tra XV e XVI secolo. Il Duomo di Prato, ancor oggi conserva quella che era considerata la “Sacra Cintola”, reliquia quanto mai significativa per una città vocata all’industria tessile, forte e immediato richiamo alla maternità verginale di Maria e quindi al mistero dell’Incarnazione di Cristo.

Del resto, proprio a destra di questa scena con l’Assunzione della Vergine si trova la rappresentazione della Natività di Gesù, con l’annuncio ai pastori; mentre sulla sinistra è raffigurata l’Incoronazione di Maria. Se si considera che sull’altra parete campeggia la Deposizione di Cristo nel sepolcro, appare evidente come l’insieme rappresenti una sintesi straordinaria per immagini, in chiave mariana, della storia della Salvezza.

Il Maestro di Brugora
Ma chi è l’autore di questi affreschi? Un nome preciso ancora non è stato individuato, così che gli studiosi hanno adottato la generica definizione di “Maestro di Brugora”, che è tuttavia un’attestazione evidente dell’importanza di questo lavoro. La Crocifissione nell’ex refettorio a cui si accennava reca la data del 1512, che deve essere quindi presa a riferimento anche per il ciclo della “Sala del coro”.

L’ambito culturale a artistico è certamente quello della corte sforzesca, e in particolare i dipinti brianzoli sembrano rimandare allo stile di Donato Montorfano, la cui opera più nota è la grande Crocifissione dipinta nel 1495 proprio nella parete di fronte all’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, nel refettorio del convento domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano.

Si deve pensare, insomma, a un pittore cresciuto alla “scuola” del Montorfano, ancora legato a certi arcaicismi foppeschi e tuttavia non digiuno della lezione rivoluzionaria di Leonardo (filtrata, in particolare, attraverso lo sguardo di Marco d’Oggiono); ma soprattutto vicino per impostazione ai «modi sognanti e compostamente malinconici» del Bergognone, come osserva Simonetta Coppa in un recente saggio, la cui influenza fra il primo e il secondo decennio del Cinquecento si avverte ripetutamente in diversi pittori attivi nella Lombardia settentrionale: da Andrea De Passeris a Giovan Andrea De Magistris, fino ad Alvise De Donati.

Un maestro, questo di Brugora, coadiuvato probabilmente da diversi aiuti, la qual cosa potrebbe spiegare una certa differenza qualitativa fra le diverse scene. Ma il cui segno, semplice e immediato, continua ad affascinare anche noi oggi.

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