Scomparsa a 91 anni lo scorso 29 giugno, la scienziata atea si è confrontata in questo libro con un prete di frontiera sui grandi temi del vivere quotidiano e sui valori fondamentali che orientano l'esistenza umana. Un dialogo comprensibilmente non sempre in sintonia, ma agile e profondo, che apre nuovi orizzonti e aiuta a pensare.

di Alessandro SCACCIANOCE

Hack

Cos’hanno in comune una scienziata atea e un prete cattolico? L’accostamento è paradossale e finisce per evocare una facile metafora: “Siamo un po’ come il diavolo e l’acqua santa” ammette Margherita Hack al termine delle conversazioni con don Pierluigi di Piazza, racchiuse nel volume “Io Credo”, edito nel 2012 da “nuovadimensione” a cura di Marinella Chirico. Un libro che raccoglie le più recenti riflessioni della scienziata triestina che parlava fiorentino, scomparsa lo scorso 29 giugno all’età di 91 anni. Questo fatto fa del libro il suo testamento “spirituale”.

Il suo credo è presto detto: “credo nella solidarietà tra gli esseri viventi, e tra gli esseri viventi considero non solo gli uomini ma anche gli animali”. È più che filantropia:“amo gli animali più che la gente”, ammette, raccontando una vera e propria storia d’amore con cani e gatti che negli anni hanno riempito la sua casa.

Il confronto tra “la signora delle stelle” e il “prete poco prete” si infrange subito dinanzi alla sua vision: “Io sono un animale. Appartengo alla razza delle scimmie antropomorfe” dichiara senza esitazione “Marga”. Anche se, di fronte all’essere umano, la scienziata si trova a dover ammettere: “Il cervello umano è davvero molto più complicato e misterioso di quegli agglomerati di gas che sono le stelle e le galassie”. Il suo ateismo non è scientifico, né fondato razionalmente: “Non credo nell’esistenza di Dio. Certo, è anche vero che non posso dimostrare che Dio non ci sia. Ritengo che non sia dimostrabile scientificamente né l’esistenza né la non esistenza di Dio”. In definitiva, la negazione di Dio è un’ipotesi, neanche troppo convincente. Anzi, in alcuni passi sembra lasciarsi interpellare dalla bellezza dell’universo: “Che sia stato un processo naturale o che sia stato Dio ad averlo creato, nessuno lo può dire. Resta però la meraviglia”.

La Hack si è limitata ad un approccio di metodo che ha finito per escludere il discorso sul senso e sul significato, fermandosi ad osservare i fenomeni così come si danno. Paradossalmente il suo ateismo rappresenta un ridimensionamento delle capacità della ragione, non la sua esaltazione: “La scienza spiega com’è fatto l’universo, ma non perché esiste l’universo… Non prendo mai in considerazione ciò che non ha una spiegazione razionale, dimostrabile, scientifica”. Tuttavia, è esperienza comune che ci siano molte cose di cui non è possibile dare una spiegazione scientifica, ma non per questo non sono vere o non esistono (l’amore dei genitori per i figli, l’amicizia, la solidarietà tra gli uomini…).  

Superato lo scoglio “Dio” il dialogo nel libro prosegue rivelando in realtà molti più contatti di quanto si possa pensare, soprattutto sui temi dell’etica, della giustizia sociale, del rispetto per l’ambiente e della politica. Scopriamo anzi, che le sue regole morali sono di diretta derivazione evangelica: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te e ama il prossimo tuo come te stesso. Queste due regole sono la guida etica che mi accompagna da tutta una vita”. Salvo la precisazione che segue poco dopo: “Non c’è bisogno di religioni o sovrastrutture, dovremmo adottare questi comandamenti vivendoli, tutti i giorni”. Con ciò, però, trascura che quei comandamenti, di origine religiosa, hanno modellato duemila anni di civiltà. Tuttavia, il continuo richiamo al moralismo e alla coerenza non spiega perché “bisogna” fare il bene. Mi sarebbe piaciuto chiederglielo.

Scorrendo le pagine del libro sorge il dubbio che la donna che ha passato la sua vita a guardare il cielo abbia rifiutato la religione più che Dio o, quanto meno, che il rifiuto di Dio sia diretta derivazione del rifiuto per la Chiesa-istituzione. Per questo le sue posizioni interpellano i credenti: quale Dio abbiamo annunciato? Come afferma don Pierluigi:“La fede viene dalla fede vissuta. L’amore da dove viene? Dall’amore vissuto: dall’amore che si nutre di amore”.

Al di là dell’irriducibile ateismo, in queste conversazioni la Hack rivela un senso etico molto elevato. Il peccato più grave? L’evasione fiscale, afferma. Il marxismo e la teosofia dei suoi genitori hanno inciso sulla formazione della sua coscienza. Ma proprio sulla giustizia sociale trova piena sintonia con l’esperienza di don Pierluigi Piazza, fondatore del Centro Balducci, che da venticinque anni accoglie persone in difficoltà: “Caro Pierluigi, tu sei un prete, io sono atea, però si va molto d’accordo quando si tratta di argomenti etici!”. Un’atea dalla sensibilità cristiana e un prete dalla sensibilità laica. I ruoli si invertono e il confronto interroga, suscita riflessioni, arricchisce. E poi il fascino dell’ipotesi scientifica: “dalle stelle si sono formati tutti gli elementi che noi conosciamo”. Dunque, deriviamo dalle stelle? È già trascendenza.

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