Per tutto il tempo pasquale nella chiesa nel centro di Milano è esposta l’opera realizzata nel 1962 dal pittore americano.

Mons. Domenico Sguaitamatti
Ufficio Beni Culturali Diocesi di Milano - Rettore di San Raffaele

congo

“Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo” (Atti 2, 1-4)

C’è la “sorpresa dell’improvviso”, c’è “il brontolare del tuono”, ci sono le folate gagliarde del vento; c’è il fuoco che si divide in molteplici fiamme inarrestabili: nella parte alta del dipinto Congdon concentra, in un movimento concitato, in un rincorrersi festoso, tutti gli elementi, visibili o intuibili, con i quali la “Parola” annuncia “Pentecoste”.

E lo “stesso luogo”, nel quale gli apostoli si trovavano chiusi, si “apre”, esonda, cadono le pareti, si allargano i confini e diventa “spazio cosmico”, infinito, perché adesso non è più semplicemente “Cenacolo”, ma “Atelier di Dio” e il gesto creativo dello Spirito, il Dio Artista, diventa universale.

Congdon ha questa capacità di allargare oltre misura la nostra visione: la cornice del quadro non limita lo sguardo, ma lo concentra sull’ attimo che “accende” l’evento, che è “principio” al “Mistero” per accompagnarlo subito in quell’ “oltre” che libera il Mistero dal tempo, lo ruba alla storia e lo riconsegna nella verità del suo continuo “succedere”, nel suo eterno “accendersi”, lo “incarna” nella mia contemporaneità.

Ci sono i protagonisti che si “trovano tutti insieme” nella fascia centrale del dipinto: uomini in piedi, ben piantati per terra, apparentemente statici nella loro postura, solidi nella forma che li definisce immobili e compatti, eppure così sottilmente animati da un movimento tutto interiore, spirituale, che li strappa da un nero informe ed uniforme per “ricrearli” nuovi, uno ad uno, in una precisa ed originale identità: Congdon dipinge così l’inarrestabile azione creativa dello Spirito che pazientemente li va ad abitare e plasmare coi colori della tavolozza di Dio.

C’è un vivace “gorgoglìo di caldi riflessi colorati” nella parte bassa del dipinto: bagliori gialli e rossastri che scendono dall’alto e si intrecciano con le ombre colorate delle stesse figure per aprire uno spazio, come spesso si incontra nei dipinti di Congdon, che si allarga verso di noi.

Uno spazio vibrante di luce che invita, interpella, inquieta, soprattutto coinvolge nel Mistero della Pentecoste che l’artista non racconta, ma “annuncia” come esperienza da attraversare.

E’ lo spazio della sua anima, tormentato “cenacolo” della sua conversione, è lui dentro il suo stesso dipinto, catturato dalle identiche e gagliarde folate del vento improvviso; raggiunto dal medesimo fuoco che lo colora e lo colma dell’unico “Spirito”; è lui che si riscopre “capolavoro di Dio”.

Spazio anche nostro, anche mio se riesco a raccoglierne l’eco e non corro a chiudere porte e finestre timoroso di questo vento; se non mi affretto a scappare impaurito da questo fuoco.

“Buon compleanno” Chiesa: la Pentecoste col dono dello Spirito Santo la genera e l’incammina sulle strade del mondo e Congdon in questa sua opera, dà forma e colore anche alla vera identità della Chiesa.

Essa è tempio e architettura sacra perché vi si celebri la festosa liturgia del Mistero di Cristo e allora lo spazio che invita ad entrare si fa navata; gli apostoli diventano solide colonne, i lori volti, informali ma eloquenti, vivaci capitelli; l’ardore del fuoco prende la forma di una volta a botte; la scintilla di luce centrale da cui tutto ha origine segna il catino di un’abside, ma soprattutto rimanda ed evoca la presenza del Cristo Pantocratore “vera Luce del mondo”, “latore di Spirito santo”,  che proprio dall’alto dell’abside dominava lo spazio delle antiche cattedrali.

Tutto questo è confermato anche dalla stessa tecnica del dipinto giocata su colori vivaci che vanno a bucare il nero dello smalto riproponendo il giocoso e festoso effetto delle vetrate.

Ma la Chiesa è soprattutto “comunità” di persone, rese “pietre vive” dal medesimo Spirito: Congdon ne celebra l’unità nella compattezza solida degli apostoli; ne proclama l’originalità di ciascuno nel diversificarsi dei colori frutto dei doni dello Spirito, ne conferma la missione in questo loro “stare in piedi” pronti a partire; ne attesta la chiamata, la via da seguire e l’orizzonte da raggiungere in quello squarcio di luce che è Cristo e che, nel centro e dall’alto, li illumina e li guida.  

L’efficace ed espressiva incisività del gesto pittorico di Congdon, ancora una volta, ci accompagnano a gustare e a riflettere sul suo furore creativo da cui emerge la sua “frenetica urgenza” di tradurre subito in immagine le tumultuose e festose “visioni interiori” da cui era catturato nei primi anni della sua conversione avvenuta nel 1959, quando, nella mistica cornice di Assisi, si confrontava col Mistero di Cristo incontrato improvvisamente nella drammatica umiliazione di uomini ridotti a “scarto” dalla violenza di “un’ inutile guerra”.

E’ il maggio del 1962 che vede Congdon attraversare il mistero della Pentecoste con particolare profondità e cimentarsi in almeno sei versioni diverse dello stesso tema. Questa versione, “Pentecoste, 4” è la più grande e, forse, quella che meglio riassume le molteplici sollecitazione e riflessioni che questo “Mistero” gli ha ispirato.

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