Un nuovo libro di un giovane studioso, Marco Cavenago, ripercorre la storia, l'arte e "l'anima" della maestosa chiesa dei Santi Protaso e Gervaso, capolavoro architettonico di Simone Cantoni oggi da riscoprire.

di Giovanni CONTE

Gorgonzola

Ti avvicini a Gorgonzola, cittadina calma e operosa che fa pregustare la Bassa e nel contempo non fa dimenticare la Brianza («Ma qui è la Martesana!», scattano i gorgonzolesi), ed ecco stagliarsi la mole della sua chiesa parrocchiale dedicata ai santi martiri Protaso e Gervaso. Milanesissimi santi (dei quali il 19 giugno ricorre la festa liturgica), indice di una antica fondazione: ma la chiesa che vediamo ha appena compiuto i 200 anni.

C’è un po’ di storia da raccontare prima di avvicinarsi all’ampio piazzale antistante. Una storia che un nuovo libro – che presentiamo nel box sottostante – ben racconta. Siamo in piena età napoleonica e i feudatari di Gorgonzola, la nobile famiglia milanese dei Serbelloni (in corso Venezia c’è il loro grande palazzo) vogliono dotare la loro cittadina di un ospedale e di una chiesa con annesso mausoleo dinastico. E non badano a spese: Gian Galeazzo Serbelloni dà l’incarico a un architetto ticinese, conteso dalla Milano-bene dell’età tra la fine ‘700 e il primo ‘800, quel Simone Cantoni che la tradizione dice essere il competitor del Piermarini, autore del Teatro alla Scala. I suoi taccuini, conservati e pubblicati, lo descrivono come un lavoratore indefesso e capace di circondarsi di validi collaboratori. E i frutti si vedono.

Il complesso, in stile neoclassico, colpisce per la sua imponenza: al centro la chiesa parrocchiale, a destra la Cappella della Santissima Trinità (antica sede di una confraternita) e a sinistra il mausoleo dei Serbelloni. L’ansa del naviglio della Martesana li abbraccia dando quel sapore leonardesco che questi corsi d’acqua suscitano. Alle spalle, vigila lo slanciato campanile, opera dell’architetto Moraglia che subentrò al Cantoni.

Dopo aver notato nell’ampio timpano le statue dei due santi Protaso e Gervaso, varchiamo il solenne pronao. Entriamo in chiesa. Maestà e linearità sono le due parole che affiorano alla mente: il Concilio Vaticano II direbbe «nobile semplicità». Subito siamo catturati dall’ampio circolo della cupola, che richiama la lezione classica del Pantheon: dal pavimento alla lanterna ci sono 38 metri, pari a un edificio di 9 piani, ma nulla incombe e tutto invece abbraccia. Le splendide caratteristiche fasce di rosette accompagnano lo sguardo verso l’alto, dove c’è la luce, primo elemento dell’architettura.

Ed è proprio la luce che caratterizza la chiesa. Essendo orientata nord-sud fa la differenza l’orario di visita: la piena mattinata (quando la domenica si va a Messa…) ci consente uno spettacolo di grande bellezza. I grandi finestroni non abbagliano, ma – grazie agli attenti restauri tra il 1987 e il 1991- le vetrate catturano la luce naturale e la diffondono sull’intero edificio, a croce latina con una grande unica navata. Il candore latteo degli intonaci, gli stucchi, le colonne e i lacunari rosacei rifulgono. Tutto dice armonia, ben lontana da quella freddezza che spesso si rimprovera al neoclassico. Il catino dell’abside, in una pioggia radiante di rosette provenienti dalla colomba dello Spirito Santo, protegge il marmoreo altare, anch’esso disegnato dal Cantoni, con il classico tempietto ambrosiano sopra il tabernacolo.

Possiamo immaginare quel popolo umile di contadini e allevatori (nasce qui il Gorgonzola…) che si trovava in uno spettacolo così ogni volta che entrava nella sua chiesa e si sentiva parte di una storia antica, che le 12 grandi statue in pietra, opera di Benedetto Cacciatori (autore dei rilievi dell’Arco della Pace), raccontano: accanto all’altare, nelle nicchie degli intercolumni, i profeti che annunciano Gesù; nel centro della navata i quattro evangelisti che lo annunciano; e, verso l’uscita, i padri della Chiesa che lo studiano.

Non mancano, collocati al centro dell’aula a sinistra l’altare del Crocifisso e a destra l’altare della Madonna del Rosario, compatrona del paese, contenenti entrambi opere del XVIII secolo, provenienti dalla preesistente chiesa. Manca curiosamente in chiesa un segno di affetto a santa Caterina che ha dato origine alla secolare sagra ancora popolarissima e che anima per tre giorni l’intero paese. Ma questa è un’altra storia…

Uscendo, nella penombra che favorisce la preghiera silenziosa, vediamo due altari che collocano qui antiche devozioni: quello dei santi Rocco e Sebastiano, invocati nelle pestilenze, e il popolare sant’Antonio da Padova.

Un’ultima nota: il Cantoni morì «di colpo apoplettico» nel marzo 1818 sul cantiere di questa chiesa, che lo occupò per un trentennio e che tanto amò. Trovò nobile sepoltura nella cripta del mausoleo dei Serbelloni. Uscendo, si merita un pensiero grato l’autore di questo capolavoro, che solo categorie turistiche possono chiamare “minore”.

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