Per la prima volta, il capoluogo lombardo celebra, con una monografica alla GAMManzoni, il pittore monzese, uno dei protagonisti della scena artistica dell'Ottocento.

Mosè Bianchi

Fino al 26 giugno 2016, GAMManzoni (via Manzoni 45) ospita una mostra dedicata a Mosè Bianchi (Monza, 1840 – 1904) tra i maggiori esponenti della pittura italiana dell’Ottocento che seppe immortalare sulle sue tele il fascino della Milano del suo tempo.

Per la prima volta, il capoluogo lombardo celebra, con una monografica, questa figura d’artista, considerato uno dei più importante pittori lombardi del XIX secolo, dopo le rassegne che gli vennero dedicate nella sua città natale, rispettivamente, nel 1924, nel 1954 e nel 1987. Le sue opere arricchiscono le raccolte dei principali musei milanesi come la Galleria d’Arte Moderna, la Pinacoteca di Brera, la Pinacoteca Ambrosiana e le Gallerie d’Italia e sono la testimonianza del vivido interesse collezionistico nei suoi confronti che affonda le proprie radici nella borghesia di fine Ottocento.

Curata da Enzo Savoia e da Francesco Luigi Maspes, l’esposizione ripercorrerà le tappe fondamentali della carriera del pittore monzese attraverso la selezione di trenta capolavori – alcuni dei quali mai esposti in pubblico – provenienti da prestigiose collezioni private, privilegiando le opere eseguite a Milano tra il 1865 e il 1895 circa.

Il nucleo centrale è dedicato alle vedute della Milano dell’epoca con opere come Uscita dalla chiesa, Milano di notte, La darsena di Porta Ticinese, Le colonne di San Lorenzo, Il Carrobbio; la mostra prosegue poi con quadri di genere come Il maestro di scuola, Saltimbanchi, La dama del pappagallo, Maternità, La pittrice, a tema storico/allegorico (Studio per la Guerra) e vedute di Venezia e di Chioggia (Marina a Chioggia, Il Molo a Chioggia).

Accompagna la mostra un catalogo (GAMManzoni edizioni), con un saggio introduttivo di Nicoletta Colombo e un testo di Elisabetta Staudacher (responsabile dell’archivio della Permanente) sui rapporti tra il pittore e le realtà culturali cittadine, portando alla luce documenti inediti relativi alla sua partecipazione nelle principali esposizioni.

Mosè Bianchi è nato a Monza nel 1840. Dopo aver frequentato il collegio Bosisio di Monza, fu allievo a Brera di Schmidt, Bisi, Zimmermann, Sogni e Bertini. Esordì con temi storici, religiosi e letterari d’ispirazione romantica, ottenendo i primi successi con il Giuramento di Pontida (1863), La comunione di San Luigi Gonzaga (1864) e La visione di Saulle (1865).

Tra il 1868 e 1870, grazie al premio del Pensionato Oggioni, poté completare la sua preparazione a Venezia e a Parigi dove rimase molto colpito dalle opere di Tiepolo, Messoiner e Fortuny. In questi anni iniziò a dedicarsi alle scene di genere e in costume, elaborando la sua caratteristica e guizzante pennellata. A seguito di questa evoluzione, dal 1968 si ripresentò alle mostre di Brera con ritratti e quadri minori, riscuotendo grande consenso con I fratelli sono al campo (1869).

Nel periodo maturo si orientò a un verismo, anche a sfondo umanitario, di stampo induniano, ma più d’impressione, avvicinandosi altresì all’ambiente scapigliato. Dopo il 1880 raffigurò soprattutto animate vedute marine e lagunari e pittoresche scene milanesi. Dal 1895, a Gignese sul Lago Maggiore, dipinse figure di montanari e paesaggi alpini (Tristezza, 1897).

Nelle vedute e nelle scene di genere veneziane, egli tentò di far rivivere la tradizione di Tiepolo, di Guardi e di Ricci in un bozzettismo cronachistico, a tratti romantico e a volte patetico. Fu anche stimato incisore e affresco la Villa Giovanelli a Lonigo (1877). Morì a Monza nel 1904.

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