In occasione dei 500 anni della morte del genio toscano, torna a Milano il capolavoro dell’Ermitage di San Pietroburgo. La mostra al Museo Poldi Pezzoli presenta oggi inediti confronti e nuovi studi su un’opera discussa, ma da sempre ammirata e celebrata

di Luca FRIGERIO

La Madonna Litta torna a casa, nella “sua” Milano dove è nata e dove, tra alterne vicende, è rimasta fino all’Unità d’Italia, prima di entrare a far parte delle collezioni dell’Ermitage a San Pietroburgo, che oggi eccezionalmente l’ha concessa in prestito al Museo Poldi Pezzoli. Per una mostra che costituisce davvero l’evento clou delle iniziative che celebrano, nel capoluogo lombardo, il quinto centenario della morte di Leonardo da Vinci.

L’opera è incantevole: smagliante per bellezza, commovente per tenerezza. Maria stringe al petto il figlio, che succhia e accarezza il seno della madre, in quel rapporto così naturale tra la genitrice e la sua creatura, eppure unico e speciale, che si esprime innanzitutto nel contatto fisico, nel bisogno epidermico dell’uno verso l’altra, carne della sua carne. Ma che poi continua nello sguardo, quello sguardo d’amore senza limiti che ogni mamma ha per il frutto del proprio ventre, ma che qui, per la Vergine piena di grazia, diventa anche contemplazione del Mistero che in lei si è compiuto, il Dio che si è fatto uomo. Mentre, con straordinaria invenzione, l’infante Gesù, senza smettere di poppare, rivolge i suoi occhi verso di noi, facendoci così quasi sobbalzare d’emozione, sentendoci oggetto di quello sguardo, umano e divino ad un tempo, partecipi anche noi, finalmente e per sempre, della storia della salvezza.

In Russia non hanno dubbi: questa tavola, nota appunto come Madonna Litta dal nome del suo ultimo proprietario milanese, è di mano di Leonardo. Il resto del consesso internazionale degli studiosi, invece, da tempo è impegnato a capire quanto, in questo assoluto capolavoro, sia effettivamente dovuto al maestro e quanto invece sia frutto del lavoro dei discepoli. E, in questo senso, la mostra del Poldi Pezzoli, con i confronti anche inediti attraverso l’esposizione di altri splendidi pezzi (dipinti e disegni provenienti da raccolte pubbliche e private) e grazie alle analisi scientifiche sostenute dalla Fondazione Bracco, può dare certamente un ulteriore e importante contributo di conoscenza.

Proprio liberandosi dall’ossessione tutta moderna per l’“autografia” dell’opera, del resto, si potrà godere appieno del fascino ammaliante di questa pittura. Soffermandosi sull’eleganza dei tratti e dei lineamenti delle figure. Indugiando sui raffinati particolari della veste e dell’acconciatura della Madonna. Gettando lo sguardo attraverso le due finestre, in quel cielo di Lombardia che sembra già una citazione manzoniana («così bello quando è bello»). Scoprendo dettagli che si rivelano soltanto ad un’osservazione più attenta: come ad esempio il cardellino, stretto tra il gomito e il ginocchio del Bambinello, che ne prefigura la Passione, per quelle piume arrossate che la tradizione vuole intinte nel sangue del Crocifisso; o il velo sottilissimo con il quale Maria tiene il figlio, così che il suo gesto viene ad assumere anche una valenza sacramentale, come il sacerdote che regge l’ostensorio attraverso il velo omerale.

Un dipinto del genere, che rielabora in modo nuovo e straordinario un’iconografia antica come quella della “Madonna del latte”, può essere stato concepito soltanto dal genio di un maestro come Leonardo. Ma la sua esecuzione potrebbe poi essere stata affidata proprio agli allievi migliori: a quel Marco d’Oggiono, ad esempio, figlio d’arte e artista completo, ben testimoniato nella bottega sforzesca; o, meglio ancora, a quel Boltraffio che dimostrerà di essere tra i più attenti interpreti degli insegnamenti vinciani. Un’opera, in ogni caso, eseguita probabilmente attorno al 1490, quando Leonardo era già stabilmente a Milano da circa un decennio, negli anni cioè in cui viene realizzata la seconda versione della Vergine delle Rocce (quella oggi alla National Gallery di Londra), prima di iniziare l’impegnativo cantiere del Cenacolo nel refettorio di Santa Maria delle Grazie.

Le modeste dimensioni della tavola – 42 centimetri d’altezza per 33 di base – ne suggeriscono una destinazione domestica, ma per una committenza di alto profilo, ducale appunto, considerando l’elevatissima qualità del dipinto e la preziosità dei materiali utilizzati (il manto azzurro della Vergine, ad esempio, è tutto in lapislazzuli, più costoso dell’oro fino).

Alcuni indizi collocherebbero l’icona a Venezia dopo la caduta di Ludovico il Moro, agli inizi del Cinquecento, portata in Laguna, è l’ipotesi, dallo stesso Leonardo. Vecchie cronache la vorrebbero poi a Piacenza, nella basilica della Madonna di Campagna. Quel che è certo è che questa Madonna col Bambino nel 1784 fu acquistata da Alberico Barbiano di Belgioioso d’Este, membro illustre del patriziato meneghino, e alla sua morte passò alla nobile famiglia dei Litta Visconti Arese, che la tenne nel proprio palazzo di corso Magenta a Milano fino al 1865, allorché, dovendo alienare l’intero patrimonio, venne venduta agli emissari dello zar Alessandro II di Russia per centomila franchi.

Da allora costituisce una delle perle più ammirate dell’Ermitage, ma fino al prossimo 20 febbraio tornerà ad essere ancora un po’ “ambrosiana”.

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