A un secolo di distanza dal suo “Appello” le sue intuizioni e le sue profezie suscitano ancora oggi un vivace dibattito

di Pino Nardi

Don Luigi Sturzo
Don Luigi Sturzo

Sono trascorsi esattamente 100 anni dall’appello di don Luigi Sturzo A tutti gli uomini liberi e forti. Un evento che ha segnato profondamente la vita politica del Novecento in Italia, perché ha consentito un protagonismo politico nazionale dei cattolici, dopo decenni di esclusione, se non nell’impegno amministrativo locale. Nasce così il Partito popolare italiano che pagherà un prezzo altissimo sotto il regime fascista.

A un secolo di distanza le intuizioni e le profezie di Sturzo suscitano un vivace dibattito, anche perché la politica di oggi certo non brilla per qualità. E soprattutto perché il popolarismo sturziano non ha nulla a che vedere con il populismo oggi imperante.

«Perché fu un’iniziativa politica importante? – si chiede Pierluigi Castagnetti, presidente dell’associazione “I Popolari” -. Perché delineò una modalità strutturata di superare quel non expedit che aveva impedito per decenni ai cattolici italiani di partecipare pienamente alla vita politica del Paese. Ma, nondimeno, perché nacque un partito a quel tempo sicuramente inedito, un partito che non c’era, né clericale né laicista, a ispirazione cristiana ma aconfessionale, “verticale” non solo perché fatto di uomini liberi e risoluti, ma perché univa la profondità del pensiero all’altezza di un disegno di futuro, non ideologico, non rivoluzionario, non velleitario, ma modernamente riformatore, un partito del territorio ma anche dello Stato, non internazionalista ma con uno sguardo europeo, pacifista ma non neutralista, non liberista ma costruito attorno al principio-cardine della libertà, non centralista ma profondamente autonomista, un partito che non mitizzava l’idea di popolo sino a farne una categoria astratta e strumentale, ma profondamente radicato nel tessuto sociale e popolare». Cos’era per Sturzo il popolarismo? «Era essenzialmente il protagonismo sociale del popolo e la capacità della politica di sentirsene espressione. Il popolarismo è, dunque, il popolo che si fa attore politico, mentre il populismo è l’utilizzazione-strumentalizzazione del popolo civicamente passivo a fini politici».

Anche Roberto Rossini, presidente delle Acli, sottolinea le differenze. «Oggi attorno al popolo si coagulano idee meno positive. Il populismo, l’emotività come fenomeno collettivo, l’incompatibilità con le pur necessarie élite, la spinta verso la disintermediazione: tutto sembra suggerirci che il popolo non è più considerato la sede dalla coesione sociale, della virtù morale o religiosa. D’altra parte i dati statistici e i rilievi sociologici ci dicono di una disgregazione morale, di un venir meno della pratica religiosa, di un sovranismo psichico che attanaglia tutti. È possibile ancora parlare del popolo in termini positivi? È possibile che il popolo possa ancora essere un soggetto positivo della nostra storia politica? Sì, se si riparte – come Sturzo – dalle energie che esprimono i Comuni e le comunità, le civitas».

Dal fronte laico con Ernesto Galli della Loggia non manca l’apprezzamento per il pensiero sturziano, con ricadute sull’oggi: «La morte delle antiche culture politiche di destra e di sinistra, la crisi evidente del bipolarismo, l’emergere prepotente di un orizzonte confusamente nazionalista-identitario dai tratti populisti, mentre ancora sopravvive una Sinistra senz’anima e senza idee, oggi, dicevo, tutto ciò apre nuovi spazi, ridà una nuova prospettiva strategica e sembra riattualizzare in misura decisa l’ispirazione democratico-liberale propria del cattolicesimo politico italiano. Aggiungendovi un fondo di “popolarismo” il quale può ben rappresentare il germe potenziale di un populismo “buono” da opporre a quello cattivo del plebiscitarismo “russoiano” e della ruspa salviniana».

 

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