Anche il cardinal Colombo seguì la diretta televisiva dedicata allo sbarco sul nostro satellite, 50 anni fa, e scrisse poi una lettera per nulla formale alla diocesi di Milano ispirata a quell'evento. Ma da mesi tutta la stampa diocesana seguiva il dibattito "spaziale", con spunti e riflessioni spesso originali.

di Luca FRIGERIO

Che notte, quella notte tra domenica 20 e lunedì 21 luglio 1969, cinquant’anni fa. Le luci rimasero accese fin quasi all’alba, nel palazzo arcivescovile di Piazza Fontana: come milioni di italiani, come centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, anche l’allora vescovo di Milano, il cardinale Giovanni Colombo, seguiva davanti allo schermo la diretta televisiva dello sbarco dell’uomo sulla Luna. Un evento epocale, entusiasmante: «La grande avventura ormai si è conclusa con un successo trionfale – commenterà infatti all’indomani lo stesso pastore ambrosiano, rivolgendosi all’intera diocesi con un messaggio tutt’altro che formale -. Ma il nostro cuore è ancora attonito d’immenso e ammirato stupore».

La commozione del cardinal Colombo, del resto, era la commozione di tutti. L’allunaggio aveva rappresentato il momento culminante e più coinvolgente di quella “conquista” dello Spazio che da anni ormai aveva acceso la fantasia e la passione delle folle, degli uomini di scienza come della gente più “semplice”, con una gara serrata, e a tratti drammatica, tra gli Stati Uniti d’America da una parte e l’Unione Sovietica dall’altra, che evidentemente andava ben oltre il confronto tecnologico, giocandosi per forza di cose sul piano politico e strategico a livello mondiale.

Chi c’era ricorda bene questo clima in cui confluivano attese e timori, ma anche una certa euforia. Noi, a distanza di mezzo secolo, ne abbiamo ritrovato traccia anche nella stampa diocesana del tempo: pubblicazioni come il mensile Il Segno o come la rivista culturale Diocesi di Milano, che pur non occupandosi principalmente né di sociologia, né di temi scientifici, registravano comunque, direttamente e indirettamente, una forte attenzione verso questi argomenti “spaziali” che andavano a sovrapporsi e come a mischiarsi con le questioni più specificatamente ecclesiali (soprattutto per la grande aspettativa nei confronti del Concilio Vaticano II), con il dibattito politico nazionale (si era agli inizi della contestazione studentesca), con gli scenari internazionali della Guerra fredda (a partire dall’estendersi del conflitto in Vietnam).

Il numero del marzo 1969 di Diocesi di Milano, ad esempio, dedica la copertina stessa a una emblematica immagine del nostro satellite, commentata da un ampio editoriale dal titolo: «La Croce sulla Luna?». Dove monsignor Celestino Melzi, senza retorica ma con molta concretezza, senza sminuire la portata delle imprese scientifiche raggiunte, invita a non dimenticare che «il progresso, che accelera sempre più la sua corsa, invoca una correlativa dilatazione della coscienza morale», considerando che «una società che si redime con le proprie forze, evolvendosi per una via d’indefinito progresso» appare ormai come una «favola che non attacca più, dopo i campi di concentramento e gli stermini».

Sul fascicolo precedente della stessa rivista, invece, troviamo un arguto confronto letterario condotto da padre Armando Guidetti, ispirato proprio «dal recente viaggio intorno alla Luna dei tre astronauti americani» (ovvero la missione “Apollo 8”), tra «due anticipatori dei viaggi siderali»: Paolo Segneri, «il sommo oratore sacro», e Giovanni Pascoli, «il delicato poeta di Myricae e dei Canti di Castelvecchio». Ottimista e fiducioso il primo, pessimista e dubbioso il secondo: così che, osserva il gesuita, mentre Pascoli guarda alle stelle con timore e vertigine, Segneri lo fa con estasi contemplativa e gioia cristiana. Quegli stessi sentimenti, suggerisce l’autore dell’articolo, che si rinnovano oggi, cioè in quel 1969, di fronte al moderno sforzo scientifico.

Anche i fedeli ambrosiani guardavano alla Luna, insomma, ma senza avere… la testa fra le nuvole! Lo dimostrano gli articoli via via apparsi su Il Segno in quei mesi. Già nel febbraio il direttore don Andrea Ghetti, il carismatico capo scout “Baden” che aveva organizzato il salvataggio degli ebrei durante la persecuzione nazifascista, scrive che queste «fantastiche imprese spaziali» segnano «l’inizio di una nuova era per l’umanità», dove «la scienza spezza barriere ed unisce»: l’uomo proiettato nell’immensità dello Spazio può finalmente rendersi conto «dell’inutilità degli odi, delle fratture, dei nazionalismi», ma allo stesso tempo si ritrova a «misurare il suo limite», quella fragilità che solo l’amore di Dio può trasformare in infinito.

Servizio dopo servizio, così, sulla stampa diocesana di quel periodo non mancano riflessioni sui costi della “corsa alla Luna”, considerando come su questa Terra una parte consistente della popolazione fosse ancora costretta alla fame, o nelle periferie stesse di Milano, allora in piena e incontrollata espansione, ci fossero tante famiglie in stato di bisogno e comunità costrette a celebrare le funzioni religiose in “baracche” provvisorie… È proprio la Società di San Vincenzo de’ Paoli, tuttavia, a chiarire al differenza fondamentale fra le ricerche spaziali, «che in fondo servono, per le scoperte pratiche che comportano, a risolvere certi problemi dell’umanità», e le spese militari, destinate «forse a ottenere una pace basata sul terrore reciproco, ma che non è certo frutto di una migliore distribuzione dei beni tra i fratelli che vivono su questo mondo».

Riflessioni tutte di cui il cardinal Colombo si faceva interprete, scrivendo alla diocesi, come si diceva, subito dopo la conquista della Luna: «Noi vogliamo sperare che la prodigiosa impresa lunare spronerà non solo i singoli uomini ma i popoli di tutti i continenti a debellare l’egoismo per riunirsi nella libertà, nella pace e nella fraternità». E concludeva citando Dante, da letterato qual era: «Vista dalla Luna la nostra Terra appare come una piccolissima aia rotonda. Ebbene, cessi per sempre di essere “l’aiuola che ci fa tanto feroci”».

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