Dal 26 novembre, ad accompagnare un ciclo di film di Tarkovskij, una mostra con gli scatti del noto fotografo italiano alla Galleria San Fedele dei gesuiti di Milano. Uno sguardo che si apre sull'Infinito.

di Andrea DALL'ASTA SJ
Direttore Galleria San Fedele (Milano)

Giovanni Chiaramonte

Giovanni Chiaramonte, tra i fotografi italiani più significativi e originali per la profondità della sua ricerca sul senso della visione, è presente alla Galleria San Fedele con una piccola ma intensa mostra, una serie di polaroid scattate tra Milano e Berlino, prevalentemente nelle prime ore delle mattine tra il 2011 e il 2012, con una semplice macchina di plastica e alcuni pacchi di carta fotografica a sviluppo istantaneo.

Tutto il mondo della creazione vi è rappresentato, da quello interno dell’uomo a quello esterno della natura. I segni del­la fede religiosa, arborescenze luminose, una foglia caduta nell’acqua, esili fiori, un memoriale di Rosa Luxemburg, la terra arata, una distesa di carbone, il nascere del sole che si intravede tra i rami di un albero. È il dolce risvegliarsi del mondo al sorgere lento di un mattino. Chiaramonte scrive con la luce immagini impastate di silenzi, enigmi, interro­gativi. Frammenti di infinito, che si rivelano nel loro incanto grazie all’intensa ma tenue dolcezza di un raggio di luce che li illumina, rapido, fugace, anche solo per un istante. Luce istantanea. Assoluta. Contemplando queste piccole foto, è come se sfogliassimo il libro della creazione, da suono a suono, da armonia a armonia, da rimando a rimando, per interrogarci sul senso del nascere, del vivere, del morire.

Le immagini seguono un ritmo preciso. È il ritmo del respiro del cosmo, dello scorrere del tempo, del recitare una pre­ghiera, un rosario. Dalla terra al cielo. Da uno sguardo che si fissa leggero sui più piccoli oggetti deposti sulla terra, fino all’elevarsi alle altezze cristalline del firmamento celeste.

L’infinito si racchiude nell’infinitamente piccolo di una visio­ne che riconosce la vita in un gesto d’amore, perché vede in quell’infinita piccolezza il dischiudersi dello splendore dell’eterno. E quelle piccole foto, quei singolari concreti, quegli… inscapes, come direbbe il poeta gesuita inglese Hopkins, ci interrogano sul senso più profondo di un vedere che attraversa la superficie del mondo, per farci tuffare negli abissi dell’assoluto. In un’epifania dell’invisibile. Nella Gloria.

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