Enzo Tarsia racconta in queste pagine una Milano "vera", con le parole dei clienti che salgono sulla sua auto, confidandogli dubbi, paure, speranze.

In Taxi Paolo Tarsia

Ha svolto diversi mestieri, Enzo Tarsia, nato a Paola nel 1949, ma ormai milanese d’adozione: da telefonista a operaio metalmeccanico presso la Innocenti auto di Milano, da geometra a taxista, che è la professione che tuttora esercita da circa vent’anni. Proprio questa sua esperienza l’ha spinto a pubblicare in un libro una raccolta commentata di messaggi e di appunti lasciati dai clienti di un taxi, stimolati da una serie di argomenti presentati in modo accattivante. A volte semplici scritte, altre volte stimolanti e costruttivi dialoghi con l’autore (un taxista con una marcia in più). Incontri casuali di strada con ragazzi, professionisti, turisti: gente comune ma anche personaggi famosi. Così ne scrive don Angelo Casati, nella prefazione al volume:

Leggendo questo libro ho fatto un viaggio con te e con i tuoi clienti. Il tuo taxi non è un guscio, quelle pagine bianche sono diventate finestra. Sulla vita, quella vera. Qualcuno potrebbe chiamarla "storia minore" ma è la storia che conta, storia di donne e uomini veri, di case e di strade, di malattie e di morte, di lavoro e di vacanze, di fedi e di politiche, di persone che ti fanno sognare e di altre che ti fanno tristezza, di gente di ogni età e non solo anagrafica, di ogni terra della mente e dello spirito, storie di figli e di amici, di governanti e di barricate, di accensioni e di delusioni, di complicità nonostante tutto a resistere nel nostro mestiere di uomini.

Non conosco il tuo taxi, non ne conosco né il colore, né la forma, né il profumo di "pane", né, lasciami dire, l’allegria. Eppure paradossalmente sul tuo taxi io sono salito. Ora lo conosco, più di tutti i taxi del mondo, più di tutti i taxi su cui ho avuto il piacere di avventurarmi. Gli ultimi furono quelli per visita a un carcere, il carcere di S. Vittore, tu puoi immaginare come ci stessi, quali pensieri mi abitassero. Non conosco il tuo taxi e dunque non ho visto il piccolo libro sullo schienale dietro alle tue spalle, e la sua stranezza. A seduzione di occhi per chi arriva e sale. Tu sei uno che ha occhi per la guida, ma sorprendentemente e in contemporanea, hai occhi che spiano curiosi chi sta dietro. E oltre. Non so da dove ti sia venuta l’idea di quel libro su cui chi saliva poteva appuntare pensieri che di solito rimangono chiusi dentro, soprattutto quelli che si rincorrono tra le cose vere della vita. A te sta a cuore la ricerca, e non solo quella del cliente: capire chi è quella donna o quell’uomo cui hai fatto spazio dietro le spalle, capire dove "va realmente", con i suoi pensieri, con le sue passioni, con i suoi sogni.

Hai osato alto. Sei di quelli che credono che nulla è impossibile, e che non è vero che la prigione, in cui stiamo come barricati, non possa sorprendentemente schiudersi. Né sei di quelli che sono per lo più propensi a immaginare che l’altro sia abitato dal vuoto. Vai al di là della crosta delle apparenze. Hai il sospetto, buono, che a volte basta un’opportunità, forse quella di un libricino, perché ci si apra. Ed è giusto che alle grafie dei passeggeri si aggiungano i tuoi pensieri, le tue pagine: sul taxi c’eri tu, non solo come "conducente un mezzo", c’eri come uomo, "libero pensatore". Libero anche nell’immaginare che si possa andare al di là dello stereotipo del taxista, ricondotto a uno che esercita una mera funzione. C’eri tu "con la libertà di parlare a 360° con i clienti, di pensare e di scrivere".

Sono salito sul tuo taxi leggendo le tue pagine. Nulla accade per caso. Mi hai fatto compagno di viaggi. Ho condiviso pane buono. Ricordo che, quando ero un ragazzo, ancora capitava di sentir venire dall’angolo di una strada profumo buono di pane, me ne riempivo i polmoni. Se un giorno salirò sul tuo taxi, non ho dubbi, lo ritroverò.

don Angelo Casati  

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