Scoperti alcuni mesi fa in seguito a una perdita d'acqua nel sottotetto del Palazzo Arcivescovile, i frammenti pittorici oggi restaurati e studiati sono da attribuire alla metà del Trecento. Una testimonianza straordinaria della perduta ricchezza della "reggia" di Giovanni Visconti e del rivoluzionario soggiorno a Milano del grande pittore toscano.

di Luca FRIGERIO

Nel 1353 Francesco Petrarca si trovava a Milano, al servizio dei Visconti, i nuovi e potenti signori della città. Il poeta era reduce dai fasti della corte papale di Avignone, ma rimase comunque colpito dalla ricchezza della dimora dell’arcivescovo Giovanni, una vera “reggia”, dove, come scriveva egli stesso, «vi è una gran sala, con i muri e le travi coperti d’oro, meravigliosa nel suo grande splendore».

Di tanta magnificenza sembrava non essere rimasta traccia, perché il palazzo arcivescovile è stato oggetto di importanti trasformazioni, già nel Quattrocento, e poi soprattutto in epoca borromaica. E invece, nei mesi scorsi, ecco emergere inaspettatamente, da solai e intercapedini, volti e figure, decori e ornamenti. Resti pittorici di eccezionale qualità che evocano il nome del più grande maestro italiano del XIV secolo: quello di Giotto.

A essere precisi, qualche frammento era già stato individuato agli inizi del secolo scorso, e poi ancora nel dopoguerra. Un giudice seduto in trono, teste con elmi e cappelli, motivi vegetali: lacerti che avevano suscitato un certo interesse, ma che rimanevano oscuri in quanto ad attribuzione, ed enigmatici riguardo ai soggetti rappresentati. Come tessere di un grandioso mosaico di cui si percepiva la bellezza, ma di cui sfuggiva il disegno complessivo…

Oggi, in seguito ad alcuni interventi di manutenzione straordinaria nei sottotetti dell’Arcivescovado e negli ambienti che si affacciano verso il Duomo, sono stati riportati alla luce ulteriori e nuovi brani di quei preziosi affreschi trecenteschi, che, restaurati e studiati, hanno finalmente svelato i loro molti “segreti”.

Un patrimonio straordinario e inedito, non accessibile al pubblico per la sua collocazione, e che tuttavia ora può essere raccontato a tutti grazie ad un’apposita e innovativa piattaforma digitale, realizzata dall’Università Cattolica del Sacro Cuore in collaborazione con l’Arcidiocesi di Milano.

Carico di onori e di anni, Giotto era stato chiamato a Milano attorno al 1335 da Azzone Visconti, che aveva appena acquisito il titolo di vicario imperiale. Per il suo sontuoso palazzo, il pittore fiorentino aveva dipinto quello che i cronisti medievali ricordano come una <gloria mondana>, con una galleria di personaggi storici e mitologici, da Ercole a Carlo Magno, che doveva apparire come una sorta di legittimazione dinastica.

Ma tutto ciò, purtroppo, è andato perduto. Non però l’insegnamento del maestro toscano, che incise immediatamente e fortemente sull’ambiente artistico milanese e lombardo, tanto da determinare una vera rivoluzione in campo pittorico, che avrà effetti duraturi a partire proprio dai diversi e prestigiosi cantieri viscontei.

Come nella “reggia” di Giovanni Visconti, appunto, che era allo stesso tempo residenza dell’arcivescovo e sede degli edifici di curia. Succeduto al fratello Azzone nel governo della città, diventatone vescovo nel 1342, anche Giovanni volle far realizzare nel suo palazzo un ciclo “profano” dall’alto valore simbolico e dal chiaro messaggio politico.

Gli ultimi studi, infatti, hanno determinato che i frammenti riemersi sulle pareti del palazzo arcivescovile illustrano il mito della fondazione di Roma, con la nascita di Romolo e Remo, il giudizio di Rea Silvia, la vicenda dei gemelli “allevati” dalla lupa fino alla riconquista di Alba Longa (che secondo la tradizione dette i natali alla stirpe di Roma).

Una storia in cui Giovanni desiderava per certi versi “identificarsi”, con i due fratelli che lottano contro gli usurpatori fino a fondare un nuovo regno destinato a dominare il mondo nei secoli, vista quale metafora delle vicende dei Visconti, cacciati, scomunicati, ma infine ritornati come signori di una “nuova” Milano.

In questa prospettiva, dunque, vanno lette le figure riportate alla luce nel sottotetto dell’Arcivescovado: come, ad esempio, la donna velata con una brocca accanto a un letto (che non è, come potrebbe sembrare, una monaca…); o come il giudice assiso in cattedra (da non confondere con Salomone, né con Pilato…); o ancora come il soldato che dagli spalti di una città turrita respinge gli assalitori lanciando pietre.

Accertato il tema del ciclo pittorico, e individuati i tempi della sua realizzazione (entro il quarto decennio del XIV secolo), resta ancora da definire chi ne fu l’autore. Il primo a occuparsene, Pietro Toesca, parlò di un seguace di Giotto, «interamente educato all’arte fiorentina». Ma la Wittgens, e più recentemente la Castelfranchi Vegas, hanno pensato a un modello riconducibile a Lorenzetti e ai suoi lavori nella basilica di Assisi. Così come innegabili sono alcune consonanze stilistiche tra questi frammenti e i coevi dipinti prodotti alla corte avignonese.

Nomi certi, è evidente, non se ne possono fare, in mancanza di ulteriore documentazione. Ma alla luce delle nuove indagini, considerando il gusto per lo scorcio e il dinamismo narrativo delle scene, le scelte formali vigorosamente plastiche e i preziosismi materici, si può pensare a maestranze locali di alto livello, capaci di innestare il celebre, e a questo punto precocissimo, “naturalismo lombardo” nell’alveo della grande pittura di matrice giottesca.

La visione che ebbe Petrarca della «grande sala dipinta di Giovanni Visconti» è un’esperienza non più replicabile, per noi oggi. Ma possiamo almeno immaginarne lo splendore, partendo da pochi, mirabili frammenti e aiutati dalla moderna tecnologia.

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